·   Un tempo nuovo - Intervento di Gianfranco Brunelli 8 giugno 2015   ·


Lo stile e il linguaggio del nuovo vescovo di Roma centralità del Vangelo e sinodalità della Chiesa
 

Il nuovo vescovo di Roma ha un profilo pastorale. Il suo linguaggio è semplice e immediato, eppure risulta udibile ed efficace. Usa parole consuete, ma dette da lui esse cessano di mostrarsi logore, e ritrovano valore. Compie gesti simbolici, carichi di linguaggio. Il suo è un agire comunicativo che esprime un ri-orientamento simbolico della Chiesa. Non c’è distanza tra la sua persona e quel che dice o fa. Per questo parla al profondo di ciascuno e non è percepito come uno dei tanti falsi profeti che agitano la post-modernità.

La percezione culturale della tragedia del post-moderno tuttavia non basta, essa in fondo rimane tutta all’interno del dio necessariamente muto dei filosofi, non fuoriesce dalla dimensione intramondana del mondo. Il problema era ed è la risposta.

 

Vivere il Vangelo. La fede cresce con il Signore

Francesco ha avviato una risposta che, prima ancora di configurarsi come linea riflessa del suo pontificato, esprime la convinzione spirituale profonda del suo essere pastore. Al centro del suo magistero c’è questo: vivere il Vangelo. Il Vangelo è possibile e tocca il centro della nostra umanità. Vi è una corrispondenza profonda tra la nostra umanità e il centro dell’umanità di Cristo. L’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre la forma culturale prevalente che sin qui l’hanno espresso. Per fare questo occorre uno sguardo fiducioso, secondo il paradigma teologico della speranza, affidato interamente alla grazia di Dio. Grazia e incarnazione sono le due figure teologiche portanti del pontificato di Francesco.

E la sua è una fede amante, intrisa di umanità. L’annuncio della Scrittura e l’esortazione a essa – pratica prevalente del suo magistero, fatta come lectio divina – lasciano interamente aperta nell’interlocutore la decisione riflessa. La parola procede nelle coscienze. Avviene. Tocca alle coscienze decidere liberamente.

Il 30 giugno 2013, all’Angelus, ha affrontato il tema della fede di Gesù come paradigma della nostra fede. La ferma decisione di Gesù di andare a Gerusalemme, cioè incontro alla sua passione, resa centrale nel Vangelo di Luca, afferma, ci dice Francesco, «l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla». «Una decisione presa nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo cammino. E Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole noi cristiani liberi come lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio».

Uno schema che non solo non è alieno alla riflessione teologica, ma che anzi ne richiede di più e di più libera. Analogamente, non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto, «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente di Dio.

Da un approccio cumulativo, unilateralmente preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione, del contenuto dogmatico della fede cristiana a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà e soprattutto della capacità di apprendere e la creatività di coloro che comunicano e di coloro che ricevono l’annuncio.

Il forte impulso del magistero di Francesco all’uscita della Chiesa dalla tentazione di immaginare che la cura di sé come istituzione e come semplice conservazione dottrinale costituisca di per sé una pratica virtuosa di resistenza alla corruzione di questo tempo equivale a dire che quella tentazione è una forma di narcisismo che ripete in sé i vizi del tempo.

Il 18 maggio 2013, nell’incontro con i movimenti per la veglia di Pentecoste, Francesco ha ribadito che «la fede cresce col Signore». E che oggi «la comunicazione della fede si può fare soltanto con la testimonianza, e questo è l’amore. Non con le nostre idee, ma con il Vangelo vissuto nella propria esistenza e che lo Spirito Santo fa vivere dentro di noi. È come una sinergia fra noi e lo Spirito Santo, e questo conduce alla testimonianza (…). Il mondo di oggi ha tanto bisogno di testimoni. Non tanto di maestri, ma di testimoni. Non parlare tanto, ma parlare con tutta la vita: la coerenza di vita, proprio la coerenza di vita! Una coerenza di vita che è vivere il cristianesimo come un incontro con Gesù che mi porta agli altri e non come un fatto sociale». Qui è ricompresa tutta la sua insistenza sulla Chiesa che non è organizzazione bensì amore fraterno. Per questo «deve uscire da sé stessa, verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano».


 

Il Vangelo della tenerezza. Cristianesimo come stile

La Chiesa deve essere umile e povera in spirito, secondo il mandato delle Beatitudini. L’umiltà è infatti la rinuncia a esistere al di fuori di Dio. Questo stile è coestensivo a tutto quello che si è, e a quanto si ha. Da tale sentimento nasce la necessità di tutto chiedere, come chiede un uomo che conosce la sua indigenza. Da tale sentimento nasce la necessità di tutto dare, come dà chi sa di avere ricevuto tutto. Sentire che tutto viene da Dio e dalla sua grazia è la sola via che consente alla Chiesa di crescere, di essere ancora credibile, attraente per gli uomini del nostro tempo.

Essa è parola semplice e complessa. È mistica dell’incarnazione, identificazione col Cristo spogliato di tutto fino alla morte di croce; è condizione creaturale, simbolo della dignità alla quale ogni persona è chiamata; è abbandono fiducioso del Figlio nelle braccia del Padre; è comunione con le membra sofferenti di Cristo, fondamento della comunione ecclesiale e del suo rinnovamento.

Il papa cerca e vuole quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i volti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, che occorre ripartire. È da quella umanità che la Chiesa deve ripartire per cristicizzarsi nuovamente. È da quella umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza egoista (lo aveva detto per la prima volta a Lampedusa), deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la «cultura dello scarto» umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco l’ha identificata con la «carne di Cristo». Su questi temi

Nei suoi viaggi, che riflettono una precisa geografia delle periferie del mondo, a tutti dice che il cristianesimo è la «rivoluzione della tenerezza provocata dall’incarnazione del Verbo».

 

Distacco da ogni forma ideologica

Il tema del distacco della Chiesa dalle ideologie è un altro punto centrale del suo magistero. Non solo quelle direttamente politiche, ma anche quelle culturali, antropologiche e religiose.

«L’ideologia non convoca. Nelle ideologie non c’è Gesù: la sua tenerezza, amore, mitezza. E le ideologie sono rigide, sempre. Di ogni segno: rigide. E quando un cristiano diventa discepolo dell’ideologia, ha perso la fede: non è più discepolo di Gesù, è discepolo di questo atteggiamento di pensiero». (Omelia del 17 ottobre 2013).

Dalla tesi generale si passa a stigmatizzare anche la deriva della religione costituita. «Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla ‘sicurezza’ dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia tra le tante» (intervista alle riviste dei Gesuiti, 19 settembre 2013).

«Quando entra l’ideologia nella Chiesa, quando entra l’ideologia nell’intelligenza, del Vangelo non si capisce nulla». Così tutto viene interpretato nel senso del dovere piuttosto che nel senso di quella conversione alla quale «ci invita Gesù». E quanti seguono la strada del dovere, «caricano tutto sulle spalle dei fedeli». «Gli ideologi falsificano il Vangelo: ogni interpretazione ideologica, da qualsiasi parte venga, da una parte o dall’altra è una falsificazione del Vangelo. E questi ideologi finiscono per essere intellettuali senza talento, eticisti senza bontà. Invece la strada dell’amore, la strada del Vangelo è semplice: è quella strada che hanno capito i santi! Preghiamo oggi il Signore per la Chiesa: che il Signore la liberi da qualsiasi interpretazione ideologica e apra il cuore della Chiesa, della nostra madre Chiesa, al Vangelo semplice, a quel Vangelo puro che ci parla di amore, ci porta» (Santa Marta, 19 aprile 2013).

Dunque ogni ermeneutica del Vangelo che venga dal di fuori di esso si presta all’ideologia. Così parlando il 28 luglio a Rio de Janeiro ai responsabili del Celam: «La ideologizzazione del messaggio evangelico è una tentazione che si ebbe nella Chiesa fin dal principio: cercare un’ermeneutica di interpretazione evangelica al di fuori dello stesso messaggio del Vangelo e al di fuori della Chiesa».

Bergoglio ha maturato la sua avversione alle ideologie in riferimento dapprima alle correnti marxiste della Teologia della liberazione, estendendola poi a ogni altro uso dominante di categorie secolari che possono inquinare o snaturare l’ascolto del Vangelo. Non c’è un’ermeneutica pauperistica, né ideologica nelle parole di Francesco neppure sulla povertà.

L’allergia di Francesco all’ideologia è così tenace da indurlo a individuare un’ideologia della povertà persino nei Vangeli, dove la scopre incarnata da Giuda: Gesù ci dice [nella liturgia di] oggi una parola forte: nessuno ha un amore più forte di questo: dare la sua vita. Ma la liturgia odierna ci mostra anche un’altra persona: Giuda, che aveva proprio l’atteggiamento contrario […] e fa la critica amara: “Ma questo potrebbe essere usato per i poveri!”. Questo è il primo riferimento che ho trovato io, nel Vangelo, della povertà come ideologia. L’ideologo non sa cosa sia l’amore, perché non sa darsi” (omelia del 14 maggio 2013 a Santa Marta).

La terza forma ideologica è quella economica, o meglio nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro che il papa chiama idolatria (cfr. EG nn. 55 – 60), quando «accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo» (EG 55).

 

Il Concilio avanti a noi

Cinquant’anni dopo il concilio Vaticano II, che avviò «la prima auto-attuazione ufficiale della Chiesa in quanto Chiesa mondiale», inaugurando un influsso reciproco tra tutte le parti e le componenti della Chiesa cattolica, un papa venuto dai confini del mondo, riprendendo il tema del primato della pastorale in un contesto non più solo occidentale, può fare compiere alla Chiesa un passaggio decisivo verso una cattolicità reale. Per la prima volta nella storia della Chiesa, il concilio Vaticano II ha utilizzato uno stile che non aveva né semplicemente il carattere della dottrina dogmatica sempre valida, né quello della disposizione canonica, bensì quello di una «direttiva» pastorale. Oggi quell’appello pastorale va necessariamente fondato e precisato teologicamente perché lo stile dell’annuncio non può più essere quello del passato. «Questo compito – ricordava Rahner –, la cui soluzione non è ancora stata trovata, (…) comporterà necessariamente un richiamo alla gerarchia delle verità ricordate dal Vaticano II e un ritorno alla sostanza fondamentale ultima del messaggio cristiano, per poi formulare a partire di qui, in modo nuovo e con una creatività disinvolta, la totalità della fede cristiana in corrispondenza con le diverse situazioni storiche».

Il tema della riforma della Chiesa deve essere ricondotto a questa intenzionalità della teologia pastorale e all’espressione di un’ecclesiologia di comunione, altrimenti non riuscirà a toccare i punti nevralgici. Ma può sortire al massimo un effetto di riordino organizzativo, di razionalizzazione funzionale delle strutture centrali. Francesco è particolarmente sensibile a queste considerazioni.

 

Una ecclesiologia di comunione

Ai nunzi pontifici, radunati il 21 giugno 2013 in occasione dell’Anno della fede, in un discorso che individua il profilo pastorale del vescovo, papa Francesco evidenzia anche il ruolo diretto di Dio nel suo popolo.

Per gli uomini di Chiesa c’è sempre il pericolo di «cedere a quella che io chiamo, riprendendo un’espressione di De Lubac, la “mondanità spirituale”: cedere allo spirito del mondo, che conduce ad agire per la propria realizzazione e non per la gloria di Dio (…). Ma noi siamo pastori!». E prosegue: nel «delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali» ha raccomandato loro: «Siate attenti che i candidati siano pastori vicini alla gente. (…). Che siano padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da "principi". Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato (…). E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra. Siano capaci di "sorvegliare" il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per tutto ciò che lo mantiene unito; di "vigilare" su di esso, di avere attenzione per i pericoli che lo minacciano; ma soprattutto siano capaci di "vegliare" per il gregge, di fare la veglia, di curare la speranza, che ci sia sole e luce nei cuori, di sostenere con amore e con pazienza i disegni che Dio attua nel suo popolo».

Yahvé veglia il suo popolo nella notte di Pasqua («notte di veglia», Es 12,42); Gesù veglia nell’orto alla viglia della sua passione per la salvezza dell’umanità. Veglia notturna, solitaria, angosciosa.

Non si tratta di “sorvegliare e punire” il gregge, ma di vegliare e compatire. Legata alla figura del vescovo-pastore c’è dunque un forte recupero del sensus fidelium del popolo cristiano. Dottrina messa in secondo ordine nel post-concilio, ma che il papa vuole sviluppare.

La Chiesa per papa Francesco è molto di più di una istituzione organica e gerarchica, e certamente non è populismo ecclesiastico o politico: la Chiesa è popolo di Dio in cammino verso Dio. Il popolo di Dio è soggetto comune della fede e dell’evangelizzazione. Quando il vescovo di Roma appena eletto chiede al popolo di pregare e di benedirlo attraverso la preghiera riconosce la sua soggettività credente e orante. Per questo tutto il popolo di Dio partecipa alla vita della Chiesa: uomini e donne, laici e chierici, giovani e anziani. Una visione come questa implica il necessario, urgente superamento di ogni forma di clericalismo (quel che il papa a chiesto il 18 maggio scorso nel recente discorso alla 68° Assemblea dei vescovi italiani). La sensibilità ecclesiale, afferma il papa sempre nel suo intervento alla CEI, «si rivela concretamente nella collegialità e nella comunione tra i vescovi e i loro sacerdoti; nella comunione tra i vescovi stessi; tra le diocesi ricche _ materialmente e vocazionalmente _ e quelle in difficoltà; tra le periferie e il centro; tra le Conferenze episcopali e i vescovi con il successore di Pietro».

Quella di papa Francesco è una ecclesiologia del noi. Vescovo e popolo fanno un cammino insieme. «La totalità dei fedeli _ ci rammenta Lumen Gentium al n. 12 _ non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa soprannaturale senso della fede (sensus fidei) di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime il suo consenso universale in materia di fede e di morale». Il cammino comune è sinodalità. «Fin dai primi secoli della Chiesa, i vescovi … unirono le loro forze e i loro intenti per promuovere il bene sia comune sia delle singole chiese. A questo scopo furono istituiti sia i sinodi… sia infine i concili plenari. Questo sacro concilio ecumenico desidera che la venerande istituzioni dei sinodi e dei concili riprendano nuovo vigore» (Christus Dominus, 36).

Essere vescovo di Roma è il fondamento del ministero petrino, cioè della responsabilità pastorale per la Chiesa universale. Ma questa esige oggi in una ecclesiologia pienamente di comunione una conversione del papato, un diverso esercizio del primato e una piena realizzazione del senso della collegialità. Così si esprime in proposito papa Francesco nella esortazione Evangelii gaudium al n. 32: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare “una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”. Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente”. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria».

C’è qui una ripresa forte di Lumen gentium 23 dove l’unica Chiesa universale esiste nelle e a partire dalle Chiese locali, e a loro volta le Chiese locali vivono in, con e a partire dall’unica Chiesa universale. Il papa enfatizza nuovamente la pericoresi tra queste due affermazioni che danno luogo a una reciproca compenetrazione. Su questo punto Bergoglio era anche finito in conflitto con la curia romana. Soprattutto in relazione alla ri-centralizzazione che Apostolos suos (il motu proprio di Giovanni Paolo II, del maggio 1998) operava sulla chiesa dissociando le Conferenze episcopali dal magistero teologico e subordinando le Chiese locali al primato petrino.

 

Sinodalità via privilegiata della riforma della Chiesa

L’ecclesiologia di papa Francesco, in quanto ecclesiologia di comunione, individua il nesso preciso tra collegialità, sinodalità e primato e agendo sul rinnovamento del principio sinodale riequilibra la relazione tra sinodalità e primato alla luce del concilio.

In generale sinodalità significa (sinodo- syn + hodos = insieme in cammino) «il comune essere in cammino di tutto il popolo di Dio, in comunione con il ministero apostolico» (W. Kasper). Sinodalità è il termine preferito in Oriente: esso si riferisce principalmente alla natura spirituale profonda della Chiesa, costituita da una molteplicità di esseri umani riuniti dall’unico e indiviso Spirito di Dio.

Collegialità ha una radice occidentale e proviene dall’eredità del diritto romano, dove collegio indica una società di eguali, motivo per cui la minoranza conciliare diede battaglia per evitare l’idea e il suo uso di una collegialità effettiva. Oggi, secondo il canonista L. Orsy, si dovrebbe lavorare intorno ai concetti di collegialità come manifestazione esterna (giuridica) dell’unità spirituale interna (la sinodalità).

Concili e sinodi, generali e locali, hanno ritmato la vita della Chiesa con un oblio (salvo casi particolari) che ha riguardato soprattutto il XIX secolo e il XX fino al Vaticano II.

Con la dottrina della collegialità del ministero episcopale, con l’importanza attribuita alla Conferenze episcopali e con l’istituzione dei consigli pastorali il Vaticano II ha avviato un nuovo corso, al quale oggi papa Francesco intende garantire un ulteriore sviluppo. Non è solo la modalità con cui ha chiesto si gestisse il sinodo dei vescovi sul tema della famiglia (attraverso un processo di discernimento biennale che ha coinvolto le Chiese locali, le Conferenze, oltre alla duplice assemblea sinodale), ma vi è anche la lettera che il papa ha mandato il 1 aprile del 2014 al card. Baldisseri, segretario generale del Sinodo, con la quale comunica l’elevazione alla dignità episcopale del sotto-segretario mons. Fabene.

Scrive Francesco: «la larghezza e la profondità dell'obiettivo dato all'istituzione sinodale derivano dall'ampiezza inesauribile del mistero e dell'orizzonte della Chiesa di Dio, che è comunione e missione. Perciò, si possono e si devono cercare forme sempre più profonde e autentiche dell'esercizio della collegialità sinodale, per meglio realizzare la comunione ecclesiale e per promuovere la sua inesauribile missione. Trascorsi quasi cinquant'anni dall'istituzione del Sinodo dei vescovi , avendo anch'io perscrutato i segni dei tempi e nella consapevolezza che per l'esercizio del mio ministero petrino serve, quanto mai, ravvivare ancor di più lo stretto legame con tutti i pastori della Chiesa, desidero valorizzare questa preziosa eredità conciliare. A tal proposito, non v'è dubbio che il vescovo di Roma abbia bisogno della presenza dei suoi confratelli vescovi, del loro consiglio e della loro prudenza ed esperienza. Il successore di Pietro deve sì proclamare a tutti chi è "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" ma, in pari tempo, deve prestare attenzione a ciò che lo Spirito Santo suscita sulle labbra di quanti, accogliendo la parola di Gesù che dichiara: "Tu sei Pietro..." (cfr. Mt 16,16-18), partecipano a pieno titolo al collegio apostolico».

Ma creare una mentalità sinodale e promuovere azioni collegiali non può essere compito della sola gerarchia. E’ necessario che l’intero popolo di Dio si converta a un modo nuovo di pensare la Chiesa. Aveva ragione Romano Guardini nel sostenere che «la Chiesa rinasce nelle anime». Noi potremmo dire nelle coscienze. C’è una collegialità dal basso, a ogni livello, che se non sorge è anche per la insufficiente responsabilità delle diverse componenti di Chiesa. Lo Spirito Santo sarà compagno del cammino in questa impresa.

 

Come fare allora?

Al Comitato di coordinamento del CELAM (organismo che raduna i rappresentanti delle 22 conferenze episcopali del continente latinoamericano) il 28 luglio 2013, durante il suo viaggio a Rio per la Giornata mondiale della gioventù, Francesco ha riproposto il metodo e il contenuto della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, svoltasi ad Aparecida nel maggio del 2007. In fondo il documento conclusivo di quella assemblea, redatto sotto la guida di Bergoglio, costituisce come un tratto ispiratore del pontificato. Ai vescovi del suo continente, i cui rappresentanti erano riuniti per elaborare linee pastorali di rinnovamento per l’intera Chiesa, ha posto 6 domande che sono specifiche e allo stesso tempo paradigmatiche per tutte le Chiese locali. Le riprendo integralmente.

«1. Facciamo in modo che il nostro lavoro e quello dei nostri presbiteri sia più pastorale che amministrativo? (...) Chi è il principale beneficiario del lavoro ecclesiale, la Chiesa come organizzazione o il popolo di Dio nella sua totalità?

2. Superiamo la tentazione di prestare attenzione in maniera reattiva ai complessi problemi che sorgono? Creiamo una consuetudine pro-attiva? Promuoviamo spazi e occasioni per manifestare la misericordia di Dio? (...) Siamo consapevoli della responsabilità di riconsiderare le attività pastorali e il funzionamento delle strutture ecclesiali, cercando il bene dei fedeli e della società?

3. Nella pratica, rendiamo partecipi della missione i fedeli laici? Offriamo la parola di Dio e i sacramenti con la chiara coscienza e convinzione che lo Spirito si manifesta in essi?

4. È un criterio abituale il discernimento pastorale, servendoci dei consigli diocesani? Tali consigli, (...) e quelli parrocchiali di pastorale e degli affari economici sono spazi reali per la partecipazione laicale nella consultazione, organizzazione e pianificazione pastorale? Il buon funzionamento dei consigli è determinante. Credo che siamo molto in ritardo in questo (...).

5. Noi pastori, vescovi e presbiteri, abbiamo consapevolezza e convinzione della missione dei fedeli e diamo loro la libertà perché vadano discernendo, conformemente al loro cammino di discepoli, la missione che il Signore affida loro? Li appoggiamo e accompagniamo, superando qualsiasi tentazione di manipolazione o indebita sottomissione? Siamo sempre aperti a lasciarci interpellare nella ricerca del bene della Chiesa e la sua missione nel mondo?

6. Gli operatori pastorali e i fedeli in generale si sentono parte della Chiesa, si identificano con essa e la avvicinano ai battezzati distanti e lontani? ».

E’ questa l’ecclesiologia di comunione di papa Francesco, la sua visione della sinodalità, la Chiesa del noi.

 

Gianfranco Brunelli