·   "Chiesa e comunità di cristiani" - marzo 2013 - Mons. Claudio Cipolla   ·
Alcune idee di fondo che ispirano e guidano l'impostazione pastorale della Diocesi (di Mons. Claudio Cipolla)

Per quale Chiesa stiamo lavorando?

La risposta si muove sul piano di  esperienze che si confrontano, più che  su quello teologico. È un passaggio di riflessione importante e necessario in vista del cammino da fare insieme.

Due sono i riferimenti: Chiesa come comunità/fraternità e come popolo.

Più che strumenti istituzionali bisogna costruire comunità fraterne convocate dallo Spirito attorno dalla Parola di Dio, dove è possibile crescere insieme, perdonarsi, praticare il Vangelo dentro un contesto di relazioni, di contatti umani (cfr J. Ratzinger, La fraternità cristiana, Queriniana 2005. n.b.: testo  edito in lingua tedesca già nel 1960). Non una qualunque forma di aggregazione dunque: ma quella che nasce dall’essere discepoli di Gesù (e non c’è discepolo che possa rimanere isolato) e dall’accogliere la responsabilità del servizio (non c’è apostolo che possa agire da solo). Guardare alle parrocchie vuol dire non riorganizzarle perché ci sia ovunque la presenza istituzionalizzata della Chiesa, ma ripensarle perché vi sia possibile un’esperienza di vita cristiana di base. Alcune parrocchie devono essere ripensate perché in esse si rende impossibile vivere un’esperienza di vita fraterna; questa considerazione vale anche per le parrocchie grandi. 

Corresponsabilità, collaborazione, partecipazione descrivono un modo di essere dentro una piccola comunità, di sentirne la preoccupazione per la sua vita.  

Comunità si coniuga con l’idea di popolo di Dio, adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito e che “come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo” la Lumen Gentium in particolare ce lo insegna (cfr. n.9)

La comunità c’è per un servizio, non ha senso in se stessa, è mandata ad una realtà più ampia, è capace di mostrare disponibilità per tutti, i quali possono dare un’adesione anche solo parziale.

Bella è l’immagine della carovana o del popolo che cammina nel deserto seguendo Mosè e Aronne, i quali si preoccupavano anche di chi andava più lentamente, o di chi non era convinto o di chi mormorava; si camminava tutti insieme e, se non c’erano tutti, non si andava avanti.

L’idea di una comunità fraterna, piccola, qualificata è la condizione per cui tutti si possa camminare, per cui si esprima un servizio, non una contrapposizione, o un’elite. Chi sente la chiamata o ha il dono di essere più partecipe della vita di una comunità, sa che questo è per farsi carico del cammino di un popolo che, grazie a questi pochi, può continuare il suo percorso. 

La dimensione di popolo di Dio dice cammino in una storia che crediamo abitata dal dialogo di Dio con l’umanità e che è orientata con speranza al suo compimento escatologico, alla comunione trinitaria. Perciò i suoi confini sono spazio d’incontro, non di separazione; il modo di vivere la fraternità cristiana è quello dell’accoglienza, della disponibilità a chiamare continuamente, a far posto, a dare spazio. Le “definizioni giuridiche” a cui noi siamo abituati (parrocchia, unità pastorale, gruppo) sono utili, ma fintanto che garantiscono la vita di una comunità, sono al suo servizio, senza sostituirla.

Si potrebbe immaginare, ad esempio che:

-          una parrocchia coincida con una comunità,

-          oppure una parrocchia comprenda al suo interno più comunità (quelle più grandi dove la dimensione relazionale salta),

-          più parrocchie possono essere una sola comunità (ad esempio il centro storico della città), più parrocchie piccole che non hanno gli elementi fondamentali della vita di una comunità di cristiani.

Quando possiamo parlare di comunità cristiana?

Quando c’è un fuoco, anche se piccolo e iniziale, che si incarica di attivare  la vita della comunità. Certo non da se stessa, ma per la risposta che riesce a dare nella fede al mandato evangelico e che è accompagnata, confermata o richiesta dal ministero della Chiesa. Non è in evidenza la figura del prete, il riferimento al quale è indispensabile ed essenziale, anche se non ne è garantita la residenza dentro la comunità, come è stato finora. . Non è la presenza continua del presbitero l’elemento indispensabile perché esista la comunità, ma il collegamento con lui.

Questo nucleo può esserci e rende visibile l’esistenza di una comunità; è basato su almeno 4 o 5 persone che si facciano carico : 

-          della dimensione di fede e cultuale che caratterizza la vita dei credenti: la preghiera quotidiana o in occasione di cercostanze particolare (ad esempio le veglie per i defunti), la preparazione e animazione della celebrazione dell’eucaristia (potrebbe essere una persona, ma anche un gruppo, in questo caso di animazione liturgica, se la comunità è più grande); 

-          della carità (purtroppo intesa non ancora secondo l’intenzione statutaria voluta da Paolo VI e che istituisce una prevalente funzione pedagogica). Per animatore della carità s’intende uno/una persona che si faccia carico della carità innanzitutto verso quelli della comunità (visitando chi si ammala, o l’anziano che è al ricovero, facendosi carico delle difficoltà…). Questa fraternità crea inevitabilmente dei confini di vicinanza, di amore e può portare a farsi carico di annunciare con la carità comunitaria l’amore di Dio a tutti, anche ai lontani.   

-          dell’annuncio della Parola: quando si vuole celebrare un sacramento, se qualcuno ha un problema di carattere morale … la Parola di Dio scende in queste situazioni ed è affidata ad ogni battezzato chiamato ad annunciarla nei contesti della vita;

-          della  amministrazione economica;  

-          del collegamento: con la parrocchia (se si è parte di una comunità più piccola), con il presbitero moderatore/coordinatore dell’unità pastorale, con la diocesi. Il collegamento permette alla piccola comunità di non restare chiusa in se stessa; chi ne è incaricato potrebbe avere il compito di animazione, coordinamento (la presidenza spetta ai preti, anche se il compito ad es. di guidare una riunione potrebbe essere riconosciuto a chi ricopre l’incarico). Questo è particolarmente importante prevedendo la mancanza di residenza del presbitero.   

La presidenza nelle celebrazioni sacramentali, la comunione all’interno della comunità, il discernimento vocazionale, l’accompagnamento spirituale, il rendere i fratelli/le sorelle idonei/e ai diversi  compiti: è il proprium affidato al ministero presbiterale. Questo è  essenzializzare e  qualificare  il compito dei preti, riconoscere la competenza spirituale che è loro propria: non è estromissione. Dove non ci sono le comunità è compito dei preti promuovere e garantire le condizioni per costruirle.

Questa immagine di comunità viva, piccola, capace di immaginare percorsi di vita dentro il quotidiano è possibilità chiara e fattibile di missionarietà. Si realizza in mezzo alle case e alla vita della gente. L’attuale esperienza parrocchiale (pensando ad es. agli incontri con i genitori dei bambini che fanno la Comunione) dà la sensazione di un allontanamento dalla Chiesa e dal Vangelo, di un’insensibilità accelerata in questi ultimi anni; pur mantenendosi certi comportamenti esteriori se ne constata il vuoto di fede interiore. Per questo motivo è urgente uno stile missionario nuovo, anche nei nostri territori. E la strada può essere quella di costruire piccole comunità vive al servizio di un popolo, sempre e comunque amato da Dio, al quale siamo mandati. 

Note della comunità: missionarietà, fragilità, solidarietà.

-          Missionarietà: come essere vicini a coloro che conservano comportamenti partecipativi alla vita della Chiesa, mentre cresce nel loro cuore un senso di indifferenza e di insensibilità verso la fede? Una possibile risposta: abitando appunto questi spazi difficili e impegnativi con la presenza di piccole comunità, ponendo segni di vicinanza della Chiesa (non del parroco) tramite queste piccole comunità che restano al servizio del territorio (anche se limitato), quasi come avamposti, segni disponibili verso famiglie e persone che vivono in quel territorio e ormai affaticate e prese da incombenze e difficoltà. I fallimenti nei legami familiari, il dominio dell’economia su qualsiasi altra dimensione della vita, la fragilità psicologica, relazionale, idealistica… sono segni della debolezza e della fatica di vivere di tanta gente.

-          Fragilità: spaventa un educatore o un parroco (come spaventa un genitore nel percorso di crescita dei propri figli). L’istituzione c’è, si sa cosa deve fare una parrocchia; una piccola comunità invece è fragile, può esserci, ma andare in crisi e questo spaventa. Le comunità per essere vive devono rimanere in tensione e  accettare la fragilità e la precarietà; non si può dare per scontato l’esistenza o la fede di una comunità. Continuamente deve essere tenuto vivo lo spirito di fede, continuamente deve essere generato: la comunità, se non resta giovane, inaridisce.

-          Solidarietà: una piccola comunità cristiana non può che vivere in amicizia e solidarietà con tutte le altre comunità che sono come lei, o dentro una parrocchia o un’unità pastorale, ma comunque dentro la chiesa diocesana dove si vive la comunione in modo pieno perché vi è la pienezza dei segni necessari perché si dia la dimensione ecclesiale. 

 

Cambiamenti di prospettiva:

-          Il mistero della Chiesa: il luogo dove si realizza è quello della fraternità e della comunità, al cui servizio si pongono tutti gli altri livelli. La parrocchia (se è grande) o l’unità pastorale o la diocesi sono al servizio del realizzarsi della comunità nel piccolo, non viceversa. Non si tratta pertanto di centralizzare, ma di vivere secondo il principio della sussidiarietà, dove il più grande sostiene il più piccolo, pensando che qui “accada” l’esperienza cristiana. I livelli di Chiesa più grandi sono frutto della comunione delle fraternità tra loro, anche se nessuna piccola comunità può dichiararsi cristiana se non per quanto riceve dalla comunione con tutti.

-          Il servizio degli uffici: non è  in vista di un centro diocesano che funzioni, ma perché  funzionino le periferie. Il modo di pensarsi degli uffici deve cambiare, come quello delle Unità pastorali che, come ha detto il Vescovo,  non sono un accorpamento ma sono costituite per le comunità, per vivere meglio in queste il Vangelo, rendendole capaci di comunione per la missione.

-          L’obiettivo non è uniformare, ma attivare cammini, liberi e anche fantasiosi. Se le comunità nascono dalla gente, da chi le compone, possono avere anche fisionomie diverse. Il timore non è dato dalla multiformità, ma dall’uniformità. Quello che rende credenti non è fare le stesse cose, ma fare quelle che il Vangelo e la realtà suggeriscono, nella fede, nella comunione. Questo è legame spirituale tra credenti. 

-          Il rischio è che gli uffici si sentano luoghi pensanti e decisionali, mentre le parrocchie soggetti esecutori. Il meccanismo invece è complementare: gli uffici/centri attivano il protagonismo, le capacità di pensiero delle comunità, anche di quelle più piccole. Il livello più grande dovrebbe essere in grado di rispettare e accogliere, anche di contribuire, per quanto emerge nelle realtà più piccole e capillari. Dei movimenti e delle associazioni si accoglie la diversità; invece si vorrebbero tutte uguali le parrocchie, perché c’è qualcosa dall’alto che viene applicato. Ma se si attende il protagonismo dei cristiani, ci possono essere percorsi diversi, con caratteristiche diverse in alcuni particolari, tempi di realizzazione diversi perchè le comunità che vivono il Vangelo lo incarnano in percorsi antropologici e storici diversi. L’unificazione è data dall’unico Spirito, dallo stesso battesimo, dalla stessa fede.

Questa prospettiva può orientare la vita pastorale facendo leva su un’immagine di Chiesa adeguata al tempo odierno. Se non si ricostruisce a partire dai piccoli e dalle cose piccole, si rischia di ritrovarsi in grandi costruzioni, ma vuote. Ci saranno unità pastorali efficienti che restano in piedi per poco tempo.

La formazione è pensata in questa logica e difatti prevede due momenti:

1) l’iniziazione di chi vuole diventa cristiano o vuole ritornare ad esserlo (sacramenti della I.C. da adulti, completamento dell’I.C. - cresima o eucaristia - da adulti …). Purtroppo si trattano queste situazioni come se ci fosse una società di cristiani e non proponendo percorsi di iniziazione. Ad es.  i  ricomincianti: la proposta dei “10 Comandamenti” si colloca in questo quadro, ma rischia di essere un movimento, la cui ispirazione è fuori della diocesi. Pur riconoscendo la validità di questa come di altre esperienze, non si può pensare che esauriscano ciò che una Diocesi può e deve offrire. Ci sono persone che chiedono di ricominciare secondo uno stile diverso e per rispondere a questa richiesta la Diocesi non è ancora strutturata. Le nostre comunità potrebbero trovare occasione di ringiovanire qualora assumessero l’incarico di generare alla fede e di educare ad essa, chi mostra desiderio e intenzione di riprendere un cammino di riscoperta della vita cristiana. Attualmente invece sembrano piuttosto sterili.

2) la formazione alla vita cristiana per chi è già cristiano: formazione catechistica, teologica, culturale, anche esperienziale offerta a tutti (a giovani, ad anziani, nei percorsi verso il matrimonio …); formazione per prepararsi a esercitare i ministeri, la preparazione non solo di catechisti ma di responsabili dei catechisti o di operatori della carità … di chi svolge un ruolo di coordinamento e di promozione. È una formazione per rendere possibile quelle figure che sono il nucleo indispensabile per la vita di una comunità.

Il Sinodo che è in programma e la sua preparazione potrebbe essere l’occasione per tradurre queste cose dentro le realtà concrete. È necessario come uffici/centri continuare quanto iniziato.

È condivisibile quanto detto? È questa un’immagine di Chiesa e può essere la nostra?

(dall'incontro degli Uffici e Centri pastorali diocesani, Sezano -VR- , 5 marzo 2013)