·   "Povertà e servizio della Chiesa" - 1984 - don Maurizio Falchetti   ·
di don Maurizio Falchetti

INTRODUZIONE

Mi sono preparato a svolgere il tema che mi è stato affidato secondo la traccia che prevede due parti maggiori dedicate rispettivamente agli aspetti della povertà della Chiesa e del servizio della Chiesa, e una terza parte (la prima nell'ordine), minore per estensione non per importanza, che dovrà almeno richiamare l'ambito e la fondazione cristologiche del tema.

Penso sia opportuna una breve spiegazione del titolo nella traduzione italiana (che ho scelto ispirandomi al titolo di un'opera di p. Y. CONGAR) non tanto per chiarire i termini (anche questo), quanto piuttosto per definire in anticipo i limiti della trattazione che ne farò.

1. Povertà e servizio della Chiesa:

-              considererò queste due caratteristiche, di povertà e di servizio, come 'note' della Chiesa in quanto tale (non dei singoli nella Chiesa), come caratteristiche esigite da essa; perché è Chiesa, è povera e serva

-              assumerò la Chiesa come unica comunità specifica, comunità di credenti di uguale dignità (cfr. Vat. II LG 9), prescindendo quindi (non negando!) dal fatto che essa esiste sempre e soltanto articolata (1) obiettivamente nelle componenti dei ministri gerarchici (LG cap. Ili), dei laici (LG cap. IV), di religiosi (LG cap. VI), e (2) soggettivamente nei diversi gradi di adesione (o di identificazione).

-              tenterò di ricostruire il contenuto di queste due caratteristiche non a partire dal significato generico, etimologico e 'culturale' dei termini, ma appunto attraverso una riflessione di tipo teologico.

2. Prospettiva ecclesiologica:

-              la prospettiva della mia trattazione è infatti teologica, non sociologica, culturale, o semplicemente storica, cioè a partire dalla comprensione dell'intima natura della Chiesa secondo la fede cristiana

-              anche se questa prospettiva (oltre che sempre 'condizionata': sociologicamente, culturalmente e storicamente) risulterà inevitabilmente e volutamente 'situata':

  1. situata, dal punto divista cronologico, nel Post-Concilio: quindi segnata dalla dinamica spirituale e teologica che ha animato il Concilio: "ciò che ha determinato in modo decisivo lo spirito del Concilio è stato il sentimento se la Chiesa esiste in se stessa, non esiste però per se stessa. Essa esiste per Dio, per il mondo" (CONGAR)
  2. situata, dal punto di vista geografico, nella chiesa italiana e, ulteriormente, nella Chiesa mantovana

 

3. Un discorso propositivo:

-              il mio non sarà semplicemente un discorso descrittivo di quanto detto da altri, anche se ci saranno dei punti di riferimento obbligati e autorevoli (VATICANO II, Sinodo 1971, Convegno ecclesiale EPU 1976, Lettera sull'emarginazione)

-              il mio sarà un discorso propositivo, che propone cioè una certa interpretazione del tema a partire dalle opzioni teologiche (spero corrette) e vitali (penso legittime) del sottoscritto

-              un discorso parziale e a responsabilità personale, offerto come contributo alla verifica e alla programmazione di una Chiesa particolare (nella quale sono inserito), per questo attento agli aspetti e ai problemi riguardanti una Chiesa particolare (non una Chiesa nazionale o universale)

-              una proposta teologica, quindi teorica, ma rapportata ad una sua possibile attuazione nell'oggi, quindi anche pratica (ma non pratico-pratica):

ecco perché le due parti centrali prevedono uno sviluppo in due momenti interdipendenti, dedicati rispettivamente alla ricostruzione del contenuto fondamentale permanente (che cos'è in sé, dal punto di vista teologico, la povertà e il servizio della Chiesa) e alla determinazione di una possibile realizzazione nell'oggi (che cosa potrebbe essere povertà e servizio per la Chiesa mantovana di oggi);

  • una interdipendenza non casuale perché per me, come per chiunque oggi rifletta sul tema, non sarebbe stato possibile chiarire certe idee teologiche indipendentemente da un certo contesto di esperienza ecclesiale, come viceversa questo contesto non avrebbe potuto formarsi ed evolversi senza l'influenza di certe idee teologiche.

1. POVERTÀ' E SERVIZIO DI CRISTO

Passo a svolgere il tema, richiamandone prima di tutto l'ambito e la fondazione cristologiche.

Questo richiamo è motivato da una ragione di principio e da una ragione contingente:

 

  1. una ragione di principio: la teoria e la prassi del cristianesimo sono 'cristocentriche' (e quindi teocentriche), non 'ecclesiocentriche': centrate nel mistero di Cristo come proprio ambito (in Cristo), fondamento (per Cristo), norma (con Cristo) e motivazione (secondo Cristo)
  2. una ragione contingente: la teologia più recente (postconciliare) ha avvertito l'esigenza di superare la concentrazione ecclesiologica prodottasi in occasione del Concilio Vaticano  II: la concentrazione, materiale e formale, cioè di contenuto e di prospettiva, attorno alla realtà della Chiesa; questo superamento comporta il prendere atto, nella teoria e prassi ecclesiali, che la Chiesa, pur nella sua rilevanza storico-salvifica ineliminabile (è "il sacramento universale della salvezza" LG.48), resta sempre una realtà secondaria e sussidiaria all'interno del progetto globale di Dio (= il mistero che si realizza come Regno di Dio; LG 2-4 e 5) (è appunto segno e strumento per il mondo di un mistero che la trascende): "la Chiesa si interroga su se stessa, e questo largo movimento di riflessione ... si risolve in una direzione opposta a quella di un ripiegamento su di sé. La Chiesa appare al centro della esposizione dottrinale, ma solo per meglio proclamare che altrove è il centro della fede" (de LUBAC H., In limine a: BARAUNA G. (Ed.), La chiesa del VATICANO II (Firenze, Vallecchi, 1965) 3).

Sintetizzo il richiamo dell'ambito e della fondazione cristologiche in una prima affermazione, che considero posta alla base di tutto lo sviluppo successivo:

povertà e servizio sono 'note' non originariamente ecclesiologiche ma cristologiche; vanno quindi interpretate e praticate dalla Chiesa come caratteristiche proprie primariamente del mistero di Cristo, solo secondariamente del mistero della Chiesa;

dove la priorità non è tanto cronologica ma qualitativa (in assoluto e relativamente alla Chiesa), nel senso che a Cristo compete, dal punto di vista teologico, in senso proprio e normativo, l'essere povero e l'essere servo.

Un primato, precisiamolo subito, che non minimizza o destituisce di significato la povertà e il servizio della Chiesa, ma appunto li relativizza, dando loro cosi la collocazione conveniente e le giuste proporzioni.

E adesso, una breve illustrazione della povertà e servizio 'primaziali' di Cristo, (1) nel dato di fatto riconosciuto dalla fede ecclesiale ('an sit': se Cristo sia povero e servo), (2) nel contenuto ('quid sit': che cosa sia povertà e servizio di Cristo), (3) nella esemplarità normativa (nella esigenza, rispetto alla Chiesa, di sequela e di uniformazione).

1.1Primato della povertà e servizio di Cristo: il dato di fatto.

Il dato di fatto della povertà e servizio 'primaziali' di Cristo lo troviamo affermato in questi due testi che, nella loro emblematicità, possiamo assumere come estremi riassuntivi delle testimonianze della fede ecclesiale:

  • il primo testo, della Chiesa antica, è un passo (il passo centrale) del Credo niceno costantinopolitano: "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo... e si è fatto uomo; fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto"
  • il secondo testo, della Chiesa odierna, è un passo della Lumen Gentium del concilio Vaticano II: "Gesù Cristo 'sussistendo nella natura di Dio ... spogliò se stesso' (FU. 2, 6-7) e per noi 'da ricco che era si fece povero' (2 Cor. 8, 9)" (LG 8), cosi che Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà"(ib.)

quindi, dalla fede ecclesiale, povertà e servizio vengono riconosciuti come attributi cristologici, inseparabili dalla costituzione e dal significato del suo mistero.

1.2 Primato della povertà e servizio di Cristo: il contenuto.

Il contenuto della povertà e servizio 'primaziali' di Cristo, in questa sede, può risultare a sufficienza mediante questa serie di precisazioni:

  • in Cristo povertà e servizio si presentano di fatto incluse reciprocamente: esiste in lui una interdipendenza (almeno di fatto) tra queste due connotazioni
  • in Cristo il 'servizio' è la ragione ultima, il motivo determinante (tutto Cristo, tutto di Cristo è "per noi uomini e per la nostra salvezza"), la 'povertà' la premessa e la modalità, oltre che la destinazione, del 'servizio' (Cristo è povero per servire, Cristo serve da povero): la logica della povertà è  subordinata alla logica del servizio, anche se non c'è (di fatto) servizio se non secondo la logica della povertà
  • in Cristo il 'servizio' corrisponde all'apporto, ineguagliabile e indispensabile, dato alla realizzazione totale (redenzione, salvezza) dell'umanità storica: apporto dipeso dal suo agire terreno ("passò facendo del bene" At. 10, 38), dalla sua passione conclusiva ("li amò fino alla fine" Gv. 13, 1), dal suo intervento ultraterreno di risorto ("con il potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose" Fil. 3, 21).
  • in Cristo la 'povertà' (come già accennato) rappresenta la premessa, la modalità, la destinazione del servizio:

a.la premessa: il mistero di Cristo con il suo valore ministeriale ha come premessa l'impoverimento dell'essersi fatto uomo di Dio-Figlio (è la povertà ontologica conforme alla logica dell'incarnazione)

b.la modalità: il mistero di Cristo con il suo valore ministeriale ha come modalità la povertà della parola e dell'azione umane tese esclusivamente alla promozione (non alla sottomissione: cfr. Mc. 10, 42-45 42) degli uomini, proprio per questo non esenti ma predestinate alla passione e alla morte (è la povertà esistenziale conforme alla logica della croce)

c.la destinazione: il mistero di Cristo con il suo valore salvifico ha come destinazione (preferenziale) i 'poveri, cioè tutti coloro che, in un determinato ordine (in qualsiasi: che vuol dire in ciascuno e in tutti) risultano obiettivamente 'depauperati' rispetto agli altri (cfr. Le. 6, 20-26: i poveri rispetto ai ricchi, gli affamati rispetto ai sazi, quelli che piangono rispetto a quelli che ridono, i perseguitati rispetto agli osannati) (è la povertà 'apostolica' conforme alla logica delle beatitudini)

volendo riassumere: "l'incarnazione del Verbo è  più alta espressione di povertà, la nascita di Gesù e la sua vita lo confermano e così Cristo ci libera identificandosi con i poveri" (CELAM, poveri  e povertà. Documento di lavoro (in preparazione a Puebla 1979): Noticeial-Collegamento 15 (1978) n. 12, p. 24).

1.3  Primato della povertà e servizio di Cristo: la esemplarità normativa

 

'Note' originariamente cristologiche, povertà e servizio diventano derivatamente ecclesiologiche per l'esigenza che il mistero di Cristo ha di una comunità di fede e di sequela (Cristo non avrebbe potuto sussistere se non anche come Cristo-con):

ora

  • se la Chiesa, in quanto comunità di fede, riconosce esplicitamente il 'servizio povero' di Cristo nel suo primato
  • in quanto comunità di sequela è impegnata a partecipare esplicitamente

e, dato che questi aspetti della Chiesa, quello del riconoscimento (di fede) e della partecipazione (di sequela) sono distinti ma inseparabili, non ci potrà mai essere accettazione di Cristo povero e servo senza conformazione a Cristo povero e servo (e viceversa).

Una seconda affermazione possiamo raccogliere a questo punto, che integra la prima (quella cristologica) e ci porta ad addentrarci nello sviluppo della riflessione:

povertà e servizio della Chiesa sono partecipazione paradossale pertanto secondaria e derivata - alla povertà e servizio di Cristo, da esse normate, motivate, e rese possibili.

Passiamo ora a trattare più direttamente il nostro tema, considerando successivamente povertà e servizio in quanto caratteristiche ecclesiali, senza perdere di vista la loro interdipendenza già riconosciuta nel mistero fontale e normativo del servizio povero di Cristo.

Lo facciamo attraverso due momenti diversi, di cui il primo ricostruisce il contenuto fondamentale permanente, il secondo ne determina una possibile attuazione situata nell'oggi (della Chiesa mantovana).

2. POVERTÀ DELLA CHIESA

II contenuto fondamentale permanente.

Il contenuto fondamentale della povertà della Chiesa, in quanto partecipazione alla povertà di Cristo, non può non essere misurato e normato che dal contenuto di quest'ultima:

di conseguenza, essa risulta essere una povertà di costituzione (povertà ontologica), una povertà di stile (povertà esistenziale), una povertà di destinazione (povertà apostolica):

a.povertà di costituzione (povertà ontologica: nella sua stessa costituzione): la prima fondamentale povertà della Chiesa è la sua povertà di costituzione, che le è 'conferita' (notare! ) dal fatto stesso di essere Chiesa:

l'appartenenza a Cristo, il rapporto di fede e di conformazione al suo mistero, che è anzitutto un mistero di 'impoverimento', fanno della Chiesa una comunità umana 'povera' per costituzione: questa povertà, in quanto iscritta nella sua stessa natura, è per essa appunto 'naturale' e non viene normalmente avvertita al suo interno;

ma risalta in modo 'scandaloso' (cfr. 1 Cor. 1, 23) nel confronto con gli 'altri', non solo con la coscienza moderna secolarizzata (e le sue ideologie post-religiose, progressiste o conservatrici), ma anche con le stesse religioni mondiali;

in tale confronto la Chiesa appare inevitabilmente come l'unica comunità storica, che fa dipendere la sua esigenza e organizza la sua vita a partire da un mistero di impoverimento inaudito, l'impoverimento dell'essersi fatto uomo di Dio in Gesù di Nazareth;

povertà di costituzione dimostrata e sperimentale nei momenti qualificanti della sua esperienza: annuncio della Parola, celebrazione dei sacramenti, fraternità e ministerialità, che non fanno altro che attuare e tradurre per la Chiesa il mistero di Dio divenuto povero in Cristo.

 

b.povertà di stile (povertà esistenziale: nel modo di attuarsi e di agire): la seconda povertà della Chiesa è la sua povertà di stile - povertà cioè nel suo modo di attuarsi e di agire - che le è richiesta (da notare: non semplicemente conferita come la precedente) dal fatto di essere Chiesa, più precisamente dalla conformazione alla modalità povera del mistero di Cristo:

il contenuto di questa povertà può essere stabilito con sufficiente chiarezza articolandolo a partire dal criterio cristologico (non antropologico):

  • povertà di stile è uso privilegiato degli strumenti 'poveri' di cui Cristo l'ha dotata per realizzarsi come Chiesa (Parola, Sacramenti, fraternità e ministerialità): "come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, cosi pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza" (VAT. II LG 8; cfr. AG 5)
  • povertà di stile è (come conseguenza e condizione dell'aspetto precedente) rinuncia all'uso (a qualsiasi?!) degli strumenti 'mondani' di autorealizzazione: il prestigio e la potenza, l'onorabilità e il trionfo, la solidarietà con i poteri che strutturano la società
  • povertà di stile è uso modesto (conforme alla rinuncia) e misurato (conforme alla scelta) dei 'beni materiali' per la propria realizzazione:

infatti "non si contesta alla Chiesa il diritto di avere dei bisogni materiali e di ottenere dei beni dai suoi fedeli per il soddisfacimento dei primi... La concretizzazione dei fini religiosi esige o provoca la costruzione di edifici, la formazione di personale, la riunione di assemblee, l'esecuzione di riti, fatti che comportano una dimensione economica e finanziaria. La Chiesa per farvi fronte, oltre ai suoi poteri e ai suoi appartenenti, dispone di beni e di capacità" (LEPARGNEUR H., Povertà ed efficacia nella Chiesa: Concilium 13 (1977), n. 4, 656-666 658); importante è "tener presente che i 'mezzi' devono essere proporzionati allo scopo, e non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma anche dal punto di vista qualitativo; nelle funzioni che essi svolgono e nella misura in cui si possiedono e vengono adoperati" (ib. 692).

La richiesta di un uso modesto e misurato dei beni da parte della Chiesa pone il problema di una valutazione non facile e sempre provvisoria: "benché in generale sia difficile stabilire un limite tra ciò che è necessario per il retto uso e ciò che è richiesto per la testimonianza profetica, non c'è dubbio, però, che si debba ritenere fermamente il principio: la nostra fede esige da noi una certa parsimonia nell'uso delle cose, e la Chiesa è tenuta a vivere e ad amministrare i propri beni in modo da annunciare il Vangelo ai poveri" (SINODO 1971, La giustizia nel mondo III.) (cfr. PAOLO VI, Ecclesiam suam (6-VIII -1964) n. 30; PELLEGRINO M., Camminare insieme (8-XII-1971) n. 11)

Prima di concludere l'esposizione di questo punto, faccio osservare che non ho considerato ciò che questa povertà di stile - in particolare per quanto riguarda l'uso dei beni - comporta dai singoli all'interno della Chiesa (fraternità che si esprime come condivisione: cfr. relazione di BONORA) e della società (fraternità come ispirazione critica della giustizia: cfr. relazione di PIVA); accenno inoltre semplicemente al valore 'culturale' e 'politico' di questa povertà di stile della Chiesa (e dei suoi componenti) all'interno della società:

  • come "testimonianza di alcuni valori di 'cultura' che fanno la 'ricchezza' umana reale... i valori di libertà dello spirito, di gratuità, di dono (ACERBI A., Povertà, in: Nuovo Dizionario di teologia (Alba, Paoline, 1977) 1187-1198 1197) (cfr. PAOLO VI, Ecclesiam suam, n. 31; CEI (Consiglio permanente), La Chiesa italiana e le prospettive del paese (23-X-1981) nn. 4-7 TU. 6).
  • testimonianza che contesta un certo assetto sociale e un certo sistema di vita: "è una sfida al materialismo ed apre le porte a soluzioni alternative alla società dei consumi" (PUEBLA 1979 n. 1152); "la ricchezza e il benessere sono reazionari, conservatori; la povertà è rivoluzionaria, creatrice" (Convegno dei preti operai 1983: Atti, p. 49).

c.   povertà di destinazione (povertà 'apostolica' - cfr. CELAM, Poveri e povertà. Documento di lavoro in preparazione a Puebla 1979: Noticeial-Collegamento 15 (1978) n. 12, p. 25-: nella sua destinazione preferenziale): la terza povertà della Chiesa è la sua povertà di destinazione - povertà cioè nella sua destinazione preferenziale - che le è richiesta (da notare: ancora una volta non semplicemente conferita) dal fatto di essere Chiesa, più precisamente dalla conformazione alla destinazione preferenziale per i poveri del ministero di Cristo:

"Cristo è stato inviato dal Padre 'a dare la buona novella ai poveri, a guarire i contriti di cuore' (Lc. 4, 18), 'a cercare e salvare ciò che era perduto' (Lc. 19, 10); così anche la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l'indigenza e in loro intende di servire Cristo" (VAT. II LG 8);

la Chiesa è povera perché richiesta di prendersi cura (evangelizzare, solidarizzare, servire lottando contro le radici della povertà) anzitutto dei poveri (al suo interno e nel mondo); questo 'anzitutto' - per la Chiesa, come originariamente per Cristo – dipende

  • dal carattere 'proesistenziale' del suo essere e della sua attività: la Chiesa esiste per gli uomini, per contribuire a promuovere la realizzazione integrale degli uomini, e l'indigenza di questi fratelli, prescindendo dalla loro situazione morale e personale, crea il diritto di essere soccorsi" (CELAM, Poveri e povertà. Documento di lavoro in preparazione a Puebla 1979: Noticeial-Collegamento 15 (1978) n. 12, p. 24)
  • dalla ispirazione 'disinteressata' della sua sensibilità e della gratuità del suo servizio (cfr. PAOLO VI, Octogesima adveniens (14-4-1971) n. 42).

questo 'anzitutto' impegna allora la Chiesa nella attenzione continua e costante ai sempre 'nuovi' poveri e alle priorità da dare, nella sua cura, in corrispondenza alla urgenza e alla rilevanza delle nuove povertà: "lì c'è una concentrazione di sofferenza, li ci dovrà essere una particolare attenzione" (MARTON, in: MARTON F. / DRAGONI O., A partire dai poveri (Milano, OR, 1981) p. 19).

In conclusione: povertà di destinazione è riconoscimento consapevole e voluto (scelto), della priorità da dare costantemente, nella propria cura, ad ogni genere di depauperati

2.1  Al termine di questo primo momento, in cui ho ricostruito il contenuto fondamentale permanente della povertà della Chiesa, voglio ancora far osservare che

  • si può riconoscere una coerenza interna (un nesso necessario, della 'necessitas' anselmiana) tra queste tre povertà: la povertà di costituzione comporta logicamente quella di stile e di destinazione
  • mentre però la prima è semplicemente 'conferita' alla Chiesa (e si realizza automaticamente, almeno fintanto che la Chiesa rimane tale: professa la vera fede, celebra validamente i sacramenti, pratica l'autentica ministerialità: cfr. BELLARMINO), la seconda e la terza sono 'richieste', il che significa che non possono verificarsi senza uno sforzo continuo dì attuazione.

2.2 L'attuazione situata nell'oggi. Collegato al primo e richiesto dal primo (soprattutto in una riflessione di ecclesiologia applicata e non solo teorica), il secondo momento tenta di determinare alcune linee generali di attuazione nell'oggi della povertà della Chiesa.

 Alcune linee generali che io individuo almeno nelle quattro seguenti:

1.superamento della prospettiva di cristianità: una Chiesa povera oggi è una Chiesa che accetta di superare la prospettiva di cristianità: questo superamento sembra intanto essere un dato di fatto indiscusso: "è evidente che la Chiesa in Italia oggi non vive più in condizioni di cristianità" (BALLESTRERO A., Le urgenze della nostra azione pastorale. Prolusione alla XXIII assemblea generale della CEI (7-V-19840 n. 7: Il Regno-Doc. 29 (1984) n.11, 339); più sfumata al riguardo la valutazione del prof. ALBERIGO nella sua relazione sul tema al convegno su 'Forme e problemi attuali della cristianità' (promosso nel maggio del 1983 dall'Istituto per le scienze religiose) e pubblicata sulla rivista Cristianesimo nella Storia 5 (1984) n. 1, 49-68: "come la formazione della cristianità è stata lenta e graduale, altrettanto il suo declino è complesso, contraddittorio, caratterizzato soprattutto da sopravvivenze e trasformazioni imprevedibili e addirittura sorprendenti, che solo un'analisi di lungo periodo consente di identificare" (65);

comunque sia, da una Chiesa povera oggi tale superamento va non semplicemente constatato o subito, ma scelto (e in certa misura promosso) come passaggio verso la situazione 'ottimale': non l'unica situazione storica possibile o effettiva, ma la situazione ideale per la Chiesa, per una Chiesa povera;

situazione di cristianità superata (di simbiosi ufficiale e istituzionale tra chiesa e società) che può essere preventivata in questi elementi:

-     la perdita (consentita) di privilegi sociali e istituzionali per la propria presenza e attività

-     la rinuncia alla pretesa di un ruolo guida della società (e, di conseguenza, l'accettazione delle regole e di rischi della dialettica sociale, la partecipazione, profonda e libera, ai movimenti storici di liberazione dell'uomo, l'inserimento in strutture pluraliste, invece della costruzione di istituzioni confessionali parallele o concorrenziali)

-     la presenza viva nella società affidata alla forza del Vangelo

-     la riduzione progressiva (e pianificata: cfr. Seconda lettera al popolo di Dio: Calcutta dicembre 1976) all'indispensabile di beni e di strutture

"Non è possibile cambiare livello di vita in un giorno. Per questo noi domandiamo con insistenza alle famiglie, alle comunità cristiane, ai responsabili delle loro chiese, di stabilire un piano di sette anni che permetta loro di abbandonare, a tappe successive, tutto ciò che non è assolutamente indispensabile, a cominciare dalle spese di prestigio...".

2.qualificazione della comunità cristiana: una Chiesa povera oggi è una Chiesa che si qualifica come comunità cristiana, che cioè

-     si specifica come comunità di fede e di sequela di Cristo e non semplicemente come comunità portatrice di una certa tradizione storica e di una certa funzione sociale:

in specie (1) che si riscopre in virtù della 'iniziazione' (della educazione ad una adesione adulta: catecumenato e scelta degli adulti), e (2) che riconosce come proprio piano di attuazione quello di evangelizzazione-comunione (CEI) anni '70 e anni '80.

  • cura la qualità dei momenti e delle attività che la caratterizzano:
  1. annuncio della Parola: è una Chiesa che promuove il 'rinnovamento della catechesi'
  2. la celebrazione dei Sacramenti: è una Chiesa che attua la riforma liturgica
  3. la fraternità: è una Chiesa che si articola in comunità più piccole e più reali, più aderenti alla vita (in 'comunità di base' "che corrisponda alla realtà di un gruppo omogeneo e che abbia una tale dimensione da permettere a ciascuno dei suoi membri di trattare gli altri in modo personale e fraterno" MEDELLIN 1968 n. 15, 10) ( comunità di base cellule di una Chiesa dei poveri" J.M. TILLARD)
  4. la ministerialità: è una Chiesa che promuove i diversi ministeri, ne cura la preparazione e l'aggiornamento, si impegna nell'individuazione delle vocazioni personali

3.      recupero del carattere missionario: una Chiesa povera oggi è una Chiesa che recupera il carattere missionario:

tale recupero è stato proposto alla Chiesa italiana, ancora una volta e di recente, nell'ultima assemblea generale della CEI dal card. BALLESTRERO con queste parole: "la pastorale dell'accoglienza di coloro che cercano la Chiesa e le sono fedeli non è più in questo momento storico una pastorale sufficiente. Deve invece emergere una pastorale dell'andare verso coloro che non vengono, che non conoscono, che rifiutano, che osteggiano. Pertanto ad una pastorale residenziale o domiciliare deve subentrare una pastorale di annuncio e di testimonianza che dovrà trovare nuove forme espressive" (Prolusione n. 9: Il Regno-Doc. 339-340);

non so esattamente dove intenda porre l'accento questa dichiarazione; a mio parere, comunque, l'accento non andrà posto sulla volontà di riconquistare gli spazi perduti nella società italiana, quanto piuttosto di recuperare i requisiti propri di una Chiesa missionaria:

quei requisiti che, ad esempio, il prof. ARDIGO' aveva tentato di mettere a punto nella seconda parte della sua relazione (su 'Evangelizzazione e promozione umana nella società italiana in mutamento') alla nostra VIII settimana pastorale del 1976 (che inviterei a rileggere in: Riv. Dioc. 57 (1976) nn. 9-10, 271-290 282-290);

quei requisiti, dei quali mi sembra importante indicare in particolare i due seguenti:

  1. presenza e attività della Chiesa affidate anzitutto alla testimonianza, cioè al 'contagio', alla lentezza e discrezione del contagio, del contatto normale, feriale, interpersonale, anziché ai canali ufficiali e alle grandi occasioni
  2. presenza e attività della Chiesa ispirate dal sentirsi debitrice del Vangelo agli uomini (e non creditrice della fede degli uomini), da quel sentimento che, con le parole di v. BALTHASAR, implica "il passaggio dalla condizione di possessore a quella di elargitore, da beneficiario ad apostolo, da privilegiato a responsabile" (ID., Abbattere i bastioni (Torino, Boria, 1966=1952) 71)

4.      scelta preferenziale per i poveri: una Chiesa povera oggi è una Chiesa che fa (o riconferma) la scelta preferenziale per i poveri:

la scelta non solo di servizio ai poveri (aspetto che considererò espressamente nella parte successiva), ma anche, più in generale, "di impostare la vita della comunità a partire dalle esigenze dei più deboli" (Evangelizzazione e promozione umana 1976: Commissione n. 6: Il Regno-Doc. 21 (1976) n. 21, 524-525 524);

una scelta che oggi implica in particolare:

  • il coinvolgimento di tutta la comunità cristiana nel servizio e nell'attenzione ai poveri: "il rispondere alle sofferenze degli emarginati non va considerato un compito da delegare a singoli gruppi o operatori assistenziali (religiosi o laici) ma va considerato un dovere che investe la comunità cristiana nel suo insieme perché è la comunità cristiana che deve rendersi credibile per la sua attenzione ai poveri" (Evangelizzazione e promozione umana p. 524; Lettera sulla emarginazione: Il Regno-Doc. 28 (1983) 559-71 569).
  • l'allargamento delle prestazioni dai tradizionali beneficiari dell'assistenza (anziani, minori, cronici) ai gruppi socialmente emarginati (fasce di sottoproletariato urbano, ex carcerati , drogati, disadattati)

Al termine di questo secondo momento, mi sembra opportuno sottolineare che queste quattro linee, per attuare nell'oggi la povertà della Chiesa:

  1. superamento della prospettiva di cristianità
  2. qualificazione della comunità cristiana
  3. recupero del carattere missionario
  4. scelta preferenziale per i poveri

vanno 'coniugate' assieme, pur nella inevitabile progressività e successione di fasi:

solo la loro compresenza e interdipendenza infatti, assicurano il significato autentico di ciascuna, salvaguardandola nello stesso tempo da unilateralità e deformazioni;

il superamento della prospettiva di cristianità senza qualificazione della comunità cristiana si trasformerebbe in una lenta dissoluzione della Chiesa stessa, cosi come la qualificazione, senza recupero del carattere missionario e senza scelta preferenziale per i poveri porterebbe alla creazione di comunità aristocratiche e settarie.

 

Concludo questa parte dedicata alla povertà della Chiesa in quanto tale e nel suo insieme, con una affermazione riassuntiva (che potrebbe aggiungersi alle due precedenti):

povertà della Chiesa è sempre unitamente povertà di costituzione, povertà di stile, povertà di destinazione, unica e triplice povertà che oggi può trovare la sua attuazione attraverso la qualificazione della comunità cristiana, il recupero del carattere missionario, la scelta preferenziale per i poveri, in una situazione secolarizzata accettata come situazione ottimale.

3. SERVIZIO DELLA CHIESA

La medesima sequela di Cristo che fa della Chiesa una Chiesa povera, fa di essa anche e ultimamente una Chiesa che serve, una Chiesa destinata a servire (una Chiesa che "è nata non per dominare ma per servire" Messaggio inaugurale al mondo dei padri del Concilio Vaticano II del 20-X-1962): nel mistero fontale e normativo di Cristo, il 'servizio' si è presentato come la ragione ultima, il motivo determinante di tutto, quindi della stessa povertà.

Ho già accennato a questa seconda caratteristica della Chiesa, parlando della scelta preferenziale per i poveri (scelta di attenzione e, appunto di servizio); consideriamola adesso espressamente, ancora una volta nel suo contenuto fondamentale e nella sua possibile attuazione oggi, concentrandoci però in particolare sul servizio di promozione umana dei poveri (più direttamente connesso con il tema di questa Settimana pastorale 1984).

I tipi di servizio della Chiesa. Teniamo presente che il servizio di promozione umana dei poveri e in genere non è l'unico tipo di servizio agli uomini, che la Chiesa è chiamata a rendere: la Chiesa, infatti, conformata al servizio povero di Cristo, serve gli uomini (1) evangelizzandoli, (2) solidarizzando con le loro miserie e povertà, (3) promuovendone la qualità e le condizioni di vita nel mondo (in questo mondo).

Una parola di spiegazione circa la natura di questi tre tipi di servizio:

1.servizio di evangelizzazione (in senso stretto): è il servizio con cui la Chiesa propone agli uomini di accogliere il Vangelo (la sua speranza nella realizzazione escatologica dell'umanità per mezzo di Cristo), e, ulteriormente, l'appartenenza ecclesiale (la sua fede e la sua sequela)

2.servizio di solidarietà: è il servizio con cui la Chiesa accetta la condivisione, sofferta e impotente, delle miserie e povertà degli uomini, sia in modo 'mistico' (nella comunione al mistero della passione solidale di Cristo) che 'esistenziale' (partecipando volenti e nolenti alle situazioni di miseria e di povertà (cfr. Sarete liberi davvero. Lettera sull'emarginazione : Il Regno-Doc. 28 91983) n. 17, 566)

3.servizio di promozione umana (in senso stretto): è il servizio con cui la Chiesa contribuisce a far siche "la vita nel mondo sia sempre più conforme alla eminente dignità dell'uomo" (VAT. II GS 91)

Da notare, a questo punto,

  • che il servizio integrale della Chiesa agli uomini si attua non solo mediante l'efficienza dell'azione ma anche l'impotenza della condivisione: per questo non sarà mai possibile dare una valutazione esatta della consistenza del suo apporto
  • che esso non tende unicamente alla 'ecclesializzazione', cioè a far diventare Chiesa gli uomini: per questo è doppiamente senza calcoli e disinteressato
  • che, proprio in quanto motivato e normato dal servizio universale di Cristo ("per noi uomini"), è sempre qualitativamente universale: non solo per i suoi (componenti e poveri) ma per tutti (gli uomini e i poveri).

Fatta questa premessa, trattiamo del servizio di promozione umana dei poveri da parte della Chiesa, nel suo contenuto e nella sua situazione odierna.

3.1 II contenuto permanente. Il servizio di promozione umana, dei poveri e degli uomini in genere, non è esclusivo della Chiesa, anche se la Chiesa vi 'contribuisce' con motivazioni e secondo modalità sue proprie: infatti "la Chiesa... crede di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia" (VAT. II GS 40).

Questa idea di 'contributo' sottintende un mutamento importante, una svolta (che qualcuno ha definito storica: cfr. ACERBI A., La Chiesa nel tempo (Milano, VP, 1979) 308), operata dal concilio VATICANO II:

la Chiesa riconosce di non avere un piano globale alternativo di promozione umana, e rinuncia alla pretesa di un ruolo guida nella sua attuazione; essa accetta invece di inserirsi, con 'simpatia e 'giudizio critico' (ACERBI, ib., 268), nel processo storico universale di promozione umana e nei movimenti che lo costituiscono.

Il contenuto fondamentale di questo servizio non è allora specificamente ecclesiale - per quanto motivazioni e modalità ecclesiali, oltre alla "visione globale dell'uomo e dell'umanità" (PAOLO VI, Populorum progressio n. 13), influiscano nella sua determinazione e attuazione -, ma dettato dalla verità ('evangelica') dell'uomo: in sostanza, sia per l'umanità che per la Chiesa, essa risulta duplice, come (a) liberazione, e (b) come realizzazione al positivo:

a.promozione di liberazione: promozione umana degli uomini in genere è sempre anzitutto liberazione dai quei fenomeni che impediscono o limitano la loro realizzazione al positivo, promozione umana dei poveri è liberazione dalle loro povertà, cioè dalla "privazione di beni materiali o culturali tali da opporsi al normale sviluppo dell'individuo o di compromettere in lui l'integrità della condizione umana" (ACERBI A., Povertà, in Nuovo Dizionario di Teologia (Alba, Paoline, 1977) 1196). Questo primo contenuto di liberazione è (secondo il cristianesimo) richiesto dalla "condizione del mondo (moderno), contrassegnato dal grande peccato dell'ingiustizia" (SINODO 1971, La giustizia nel mondo II; cfr. VAT II GS 37);

esso diventa concreto ed effettivo attraverso

  • la individuazione e la diagnosi di questi fenomeni negativi e di queste povertà: è il momento dell'analisi mediante il quale "ci sforziamo di conoscere e denunciare i meccanismi che generano questa povertà" (PUEBLA 1160; cfr. PAOLO VI, Octogesima adveniens n. 4; Evangelizzazione e promozione umana 1976: Commissione n. 6:  il Regno-Doc.'21 (1976) n. 21, 524; Lettera sull'emarginazione: Il Regno-Doc. 28 (1983) n. 17, 560-564).
  • la loro denuncia: è il momento della coscientizzazione e della mobilitazione, perché "la solidarietà con i poveri... deve concretarsi nella denuncia dell'ingiustizia e dell'oppressione" (MEDELLIN 10, 10; cfr. PUEBLA 1160)
  • l'intervento su di essi: è il momento della loro rimozione progettata ed effettuata, quando "uniamo i nostri sforzi a quelli degli uomini di buona volontà per sradicare questa povertà e creare un mondo più giusto e fraterno" (PUEBLA 1161; cfr. MEDELLIN 14, 10)

b.promozione di realizzazione al positivo: promozione umana degli uomini in genere e dei poveri è, in secondo luogo e soprattutto, sviluppo della loro realizzazione al positivo:

realizzazione integrale che non può limitarsi al puro e semplice soddisfacimento dei bisogni e al raggiungimento di condizioni materiali di vita soddisfacenti, ma deve essere conseguimento di tutti quei valori di 'cultura' che fanno la vera ricchezza dell'uomo (civiltà dell'essere e non solo dell'avere) (cfr. ACERBI Povertà 1197)

Questo secondo contenuto della promozione umana si attua attraverso

  • la progettazione: l'ideazione dei suoi molteplici aspetti e l'elaborazione di programmi operativi
  • la competenza: l'acquisizione di competenza e idoneità atti a realizzarli
  • la iniziativa: la loro effettuazione mediante il ricorso a mezzi idonei ed efficaci

Da non dimenticare che liberazione e realizzazione al positivo (liberazione per una realizzazione al positivo) chiedono di essere attuate secondo tutte le dimensioni dell'uomo, che non sono solo quella soggettiva e interpersonale, ma anche quella collettiva e strutturale.

c.lo 'specifico ecclesiale': inserita nella complessa storia della promozione umana, dei suoi progetti e realizzazioni molteplici e conflittuali, la Chiesa traduce questo programma generico di liberazione e realizzazione al positivo, con uno 'specifico' che è fatto da

  • una 'visione globale dell'uomo' (cfr. PAOLO VI, Populorum  progressio 13), della sua dignità e del suo valore ("per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo"), secondo cui motivare e misurare questo impegno (=fede)
  • una speranza nel compimento finale in grado di sostenere radicalmente questo impegno (=una speranza)
  • un 'cuore riconciliato' (fino all'amore cristiforme dei nemici), con cui inserirsi nei conflitti comportati da questo impegno, a lottare (=una carità)
  • una tendenza continua e costante a privilegiare i poveri e gli ultimi in questo impegno (runa inclinazione)

Riassumendo: servizio di promozione umana da parte della Chiesa è la cooperazione che essa dà, spinta dalla sua fede e speranza, con cuore riconciliato, al processo universale di liberazione e realizzazione positiva degli uomini, con precedenza dei poveri e degli ultimi.

Un accenno soltanto a due grossi problemi che questa 'cooperazione' pone alla Chiesa, problemi che sono stati al centro del dibattito intraecclesiale nel corso degli anni settanta, riassunti sotto la formula del 'rapporto fede e politica', e che oggi si devono considerare forse più accantonati che effettivamente risolti:

1.il problema del rapporto tra la Chiesa e il suo impegno di promozione umana: è il problema del pluralismo delle realizzazioni ecclesiali (tra il modo della diaspora e il modo della riaggregazione) e dei loro rispettivi soggetti (i singoli cristiani, le associazioni e i movimenti ecclesiali, gli organismi collaterali, la Chiesa come tale)

2.il problema del rapporto tra la Chiesa, con il suo impegno di promozione umana, e i diversi movimenti storici di promozione umana: è il problema delle collaborazioni e delle adesioni dei cristiani (e della Chiesa) nella realizzazione di questo impegno (cfr. PAOLO VI Octogesima adveniens 30-41) e del pluralismo delle opzioni (ib.50).

3.2 L'attuazione nell'oggi. Alla ricostruzione del contenuto fondamentale del servizio di promozione umana da parte della Chiesa, facciamo adesso seguire il tentativo di determinare alcune linee di una sua possibile attuazione nell'oggi:

1.da parte di una comunità locale nel suo insieme: il servizio di promozione umana dei poveri va praticato da una comunità locale nel suo insieme

  • da una comunità nel suo insieme, perché riconosciuto proprio della Chiesa come tale (comunità di sequela di Cristo) e quindi nel suo insieme: "il rispondere alle sofferenze degli emarginati non va considerato un compito da delegare a singoli gruppi o operatori assistenziali (religiosi o laici), ma va considerato un dovere che investe la comunità cristiana nel suo insieme perché deve rendersi credibile per la sua attenzione ai poveri. (Evangelizzazione e Promozione umana 1976, Commissione n. 6: Il Regno-Doc. 21 (1976), n. 21, 524)
  • da una comunità locale, perché (vera Chiesa di Cristo: cfr.. VAT. IILG26) è solo la Chiesa come comunità particolare e locale che può intervenire laddove si manifestano i bisogni reali della vita dell'uomo e dove si organizzano le iniziative per dare risposta ad essi" (EPU 1976: Commissione 1: Il Regno-Doc. 21 (1976) n. 21, 517) (cfr. PAOLO VI Octogesima adveniens 4), senza per questo ignorare la 'dimensione mondiale' (cfr. PAOLO VI Populorum progressio 3) dei problemi.

Questa prima linea di attuazione mi sembra comportare in concreto:

  1. che la qualificazione (cfr. parte precedente) della fraternità e ministerialità ecclesiali venga fatta anche nei termini di educazione alla giustizia (cfr. SINODO 1971, La giustizia nel mondo III.) e alle scelte concrete di promozione umana (cfr. Lettera sull'emarginazione: Il Regno-Doc. 571), inoltre di "preparazione e formazione permanente di operatori cristiani che operano sia nelle strutture civili sia nelle strutture assistenziali cristiane" (EPU 1976: Il Regno-Doc. 524).
  2. che le Caritas diocesane e parrocchiali vengano istituite e utilizzate non come organi di gestione ma di promozione e coordinamento della attività assistenziale delle comunità cristiane ("quale strumento privilegiato per il coinvolgimento e la corresponsabilità della comunità cristiana intorno all'emarginazione": EPU 1976: Il Regno-Doc. 525).
  3. che la suddetta qualificazione avvenga in particolare della diocesi e delle parrocchie (singole e collegate) in quanto concretizzazioni ("basilari" EPU 1976, 517) della Chiesa locale e particolare

2.in risposta alle situazioni di povertà: il servizio di promozione umana dei poveri va praticato in risposta alle situazioni effettive di povertà, una risposta efficace, ma conforme allo stile di povertà, allora in forme modeste, provvisorie, esemplari:

  • in forme modeste: "ciò significa eliminare discriminazioni tra ricchi e poveri, rivelare la preoccupazione di agire sempre per una vera promozione umana eliminando i criteri del profitto. Va collocata in questo contesto l'esigenza di orientarsi a creare alternative ai grandi istituti che sono spesso emarginanti, attraverso espressioni che facilitino i rapporti personali e il clima di famiglia. In tale prospettiva vediamo come segni concreti il sorgere di case famiglia, comunità-alloggio e del moltiplicarsi dell'accoglienza dei minori e dell'affidamento" (EPU 1976: Il Regno-Doc. 525)
  • in forme provvisorie: "esprimere in sé il senso della provvisorietà. Le opere assistenziali sono solo in funzione dei bisogni reali e devono modificarsi in rapporto alla modificazione dei bisogni che ne hanno suggerito la nascita" (ib.)
  • in forme esemplari: "le opere assistenziali devono concretarsi verso gli spazi umani dei più poveri e dei più emarginati, scegliendo i bisogni scoperti là dove la presenza dei cristiani assume chiaramente il carattere di profezia" (ib.) (cfr. Lettera sull'emarginazione: pastorale e marginalità: Il Regno-Doc. 569-571)

3.in collaborazione con comunità civile: il servizio di promozione umana dei poveri va oggi praticato in collaborazione con la comunità civile, una collaborazione che si esprime attraverso

  • il sostegno: "la Chiesa vede con simpatia il cammino che va facendo la comunità civile per la sicurezza sociale; essa considera l'estendersi dei servizi sociali per tutti come un'attuazione della giustizia e della solidarietà" (EPU 1976: Il Regno-Doc. 525j
  • la sensibilizzazione: "la comunità cristiana deve valorizzare catechesi e liturgia per educare i fedeli a praticare i doveri sociali e la giustizia come primo gradino della carità" (PAOLO VI) (ib.)
  • la partecipazione: "i cristiani devono accompagnare questo cammino non come spettatori estranei, ma da protagonisti attivi. Hanno perciò il dovere di inserirsi là dove matura il progetto nuovo di società... assicurando con ciò che dignità, uguaglianza e diritti degli ultimi siano salvaguardati, venga impedita qualsiasi strumentalizzazione dei bisogni degli emarginati" (ib.)
  • la supplenza: "le opere assistenziali devono concretarsi verso gli spazi umani dei più poveri e dei più emarginati, scegliendo i bisogni scoperti là dove la presenza dei cristiani assume chiaramente il carattere della profezia. In ogni caso dobbiamo accettare di inserirci nella programmazione civile, attuata nel territorio perché anche il 'nostro' è un servizio pubblico" (ib.)

In conclusione: una attuazione oggi del servizio di promozione umana dei poveri può avvenire da parte di una comunità locale nel può insieme in risposta alle situazioni di povertà, in collaborazione con la comunità civile.

Al riguardo, mi sembra inevitabile porre, prima o poi, un problema, segnalo alla attenzione, pur non essendo in grado di dare una  risposta:

  • accettato che oggi il servizio di promozione umana dei poveri vada attuato dalle comunità ecclesiali locali, in collaborazione con la comunità civile
  • a parte il caso di supplenze urgenti e temporanee 
  • è opportuno che le comunità ecclesiali si diano strutture e strumenti propri di intervento - EPU 1976 ha ritenuto di sì ("la commissione n. 6 ha sottolineato l'opportunità che la Chiesa sia presente nel mondo anche con mezzi propri": Il Regno-Doc. 525), come lo ritengono tutti coloro, cattolici e non, che si appellano al pluralismo delle istituzioni (cfr. ACERBI A., La nuova incognita del l'equazione stato-Chiesa-assistenza: il volontariato: Il Regno-Doc. 25 (1980) 179-186 = 183-184),
  • e, comunque, quali possono essere questi strumenti e queste strutture per una Chiesa
  1. che oggi accetti di superare la prospettiva di cristianità
  2. che quindi intraprenda la riduzione all'indispensabile di beni materiali e strutture
  3. che inoltre ammetta come legittimo il pluralismo delle realizzazioni ecclesiali e delle collaborazioni con la comunità civile?

4. CONCLUSIONE: l'ultima povertà della Chiesa.

E' la sequela di Cristo povero e servo che fa della Chiesa una Chiesa povera e che. serve: una comunità coinvolta nel mistero del suo servizio povero all'umanità e di esso testimone.

La Chiesa del XX.mo secolo riconosce però che questo suo coinvolgimento non arriva mai ad essere pieno e totale: infatti, "mentre Cristo, 'santo innocente immacolato' (Ebr. 7, 26), non conobbe peccato (2 Cor. 5, 21) e venne allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Ebr. 2, 17), la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento" (VAT. II LG 8).

Essa riconosce ancora che il mistero del servizio povero di Cristo può raggiungere e coinvolgere uomini e movimenti storici al di fuori di essa: "Cristo infatti è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, dobbiamo perciò ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale" (VAT II GS 22; cfr. 42; SINODO 1971 La giustizia nel mondo, Introduzione).

Viene in evidenza, cosi, quella che io chiamerei l'ultima povertà della Chiesa: la povertà di essere espropriata di un mistero a cui oltretutto non sa mai totalmente appartenere.

Questa povertà, oltre che rendere la Chiesa 'umile' di fronte al mondo - umile anche proprio nella sua testimonianza - (cfr. v. BALTHASAR H.U., Chi è il cristiano (Brescia, Queriniana 1966) 121-127), la impegna

  • all'analisi e al discernimento continuo dei 'segni dei tempi' cioè degli "avvenimenti storici come rivelatori di una intenzione di Dio sull'uomo e come un appello alla chiesa" (ACERBI A., La Chiesa nel tempo 193): "scrutando 'i segni dei tempi' e cercando di scoprire il senso del divenire della storia, mentre partecipiamo alle aspirazioni e agli interrogativi di tutti quegli uomini che vogliono costruire un mondo più umano, intendiamo ascoltare la parola di Dio per convertirci all'adempimento del disegno divino per la salvezza del mondo" (SINODO 1971 La giustizia nel mondo, Introduzione)
  • alla realizzazione, di conseguenza, di strumenti, luoghi, organismi di verifica e di ascolto (consigli, assemblee, collegamenti) (cfr. EPU 1976, Commissione 1: Il Regno-Doc. 517)

Così, povera e umile nel suo servizio agli uomini, la Chiesa - tutta la Chiesa e ogni chiesa particolare e locale - sperimenterà alia fine per sé la verità di questa parola del suo Signore: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: siamo poveri servi. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare" (Lc. 17, 10). E in questo trovare la sua beatitudine, perché "sarete beati se, salendo queste cose, le metterete in pratica" (Gv. 13, 17).

(dagli Atti della XVI Settimana Pastorale intitolata: “La nostra comunità diocesana testimone di Cristo povero” , 27-31 agosto 1984)