·   "La Chiesa comunità alternativa e la povertà - condivisione" - 1984 - Mons. Antonio Bonora   ·
di Mons. Antonio Bonora

Mi sia permesso cominciare la mia conversazione con un ricordo che si è stampato sulla tavoletta del cuore come preziosa testimonianza e limpido insegnamento. Era un tardo pomeriggio del gennaio di parecchi anni fa, poco tempo dopo che Mons. Ferrari era giunto a Mantova. Inaspettatamente suonò il campanello della mia camera ed entrò il Vescovo. Ero confuso e stupito. Subito il Vescovo mi tolse dall'imbarazzo sedendosi davanti a me e spiegandomi la ragione di quella visita. Pressapoco mi disse così: "non ho ancora scritto alcuna lettera pastorale per la diocesi di Mantova. Ora vorrei prepararne una intitolata 'La teologia del disimpegno'. Vorrei cioè riflettere e far meditare il discorso della montagna:  non preoccupatevi di quel che mangerete o di che cosa vi vestirete...guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro... ecco ti chiedo di aiutarmi suggerendomi qualche buon commento esegetico''.

Quell'intenzione non si concretizzò nella forma di una lettera pastorale. Ma, se riflettiamo sull'insegnamento dottrinale ed esistenziale del nostro Vescovo, comprendiamo che essa si è incarnata in una lunga serie di parole e di gesti significativi. Ora, la nostra Settimana Pastorale intende riprendere e mettere di nuovo a tema esplicitamente quel proposito. Ciò testimonia la coerenza e la logica di un ministero episcopale che si è dipanato come fedeltà ed esplicazione del discorso programmatico di Gesù, il cosiddetto "discorso della montagna".

Tempo dopo, in un libretto di meditazioni intitolato "Giorni di preghiera", nella nona meditazione il nostro Vescovo propose una riflessione sulla povertà sotto il titolo "Erano un cuore solo e un'anima sola", cioè nella prospettiva della vita comunitaria.

In questa medesima prospettiva si colloca ora la mia riflessione biblica sulla povertà. La dedico al mio Vescovo, consapevole che gli faccio un dono "povero", ma altresì conscio di aver ricevuto molto dalla sua presenza in mezzo a noi.

PREMESSA

E' necessario chiarire pregiudizialmente da quale angolo prospettico cercherò ora di riflettere sulla povertà. Come sempre, infatti, è decisivo saper scegliere un adeguato e pertinente punto di vista. Ora, la nostra cultura borghese-occidentale potrebbe condurci anche a una scorretta interpretazione della Bibbia. E' infatti determinante ciò che abbiamo già in testa, cioè quale sia la nostra pre-comprensione, quando ci accingiamo a leggere la Bibbia. A meno che facciamo nostro l'inaccettabile assioma della "testa vuota", cioè che si debba andare incontro alla Bibbia appunto con la testa vuota.

Qual è dunque la cultura oggi ancora dominante? E' la cultura che chiamiamo borghese-illuministica, nata all'epoca delle guerre di religione in Europa, quando si è cominciato a pensare che fosse opportuno edificare la società umana sulla base della ragione che accomuna tutti gli uomini e non sulla base delle religioni che dividono e contrappongono gli uomini fra loro. Nacque allora e venne poi teorizzata la concezione borghese-illuministica della religione, che si articola intorno a due principi fondamentali: l'interiorità e la privatizzazione.

La religione è cioè ridotta a un fatto puramente interiore e individuale. Questo modo di intendere il cristianesimo ebbe una brillante esposizione nella famosa opera di Adolf von Harnack "L'essenza del cristianesimo", nella quale egli designava la sua tesi come "individualismo e soggettivismo religioso". E questa è anche oggi la considerazione della religione diffusa in molti strati della nostra cultura occidentale. In tal visione, la religione è ritenuta una faccenda che riguarda l'individuo: la religione sarebbe specializzata in interiorità, nel consolare e nell'ornare la vita con feste e riti. La Chiesa dovrebbe quindi occuparsi soltanto dell'interiorità dell'individuo.

Tale visione borghese-illuministica rischia di diventare anche il punto di vista da cui noi oggi leggiamo la Bibbia e, se ciò avviene, allora leggiamo la Parola di Dio in funzione di un individualismo e soggettivismo religioso di marca harnackiana. Ne risulterebbe una lettura moralistica e intimistica della Bibbia, che è precisamente quello da cui dobbiamo stare in guardia.

C'è anche un altro pericolo cui oggi siamo esposti. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha aperto un dialogo sincero con il mondo contemporaneo abbattendo i bastioni che la isolavano. Ma resta l'interrogativo: la Chiesa è sale della terra e luce del mondo oppure si confonde e si perde nella pasta del mondo? II dialogo con il mondo non deve far perdere alla Chiesa nè il suo sapore di sale nè la sua luce. Anzi soltanto proponendosi come società alternativa di coloro che vogliono vivere come Gesù, la Chiesa diventa veramente sale e luce del mondo.

Il nostro problema, a questo punto, riguarda la povertà. Ci chiediamo: è praticabile la povertà evangelica e, più in generale, il discorso della montagna? La risposta protestante è questa: uno solo ha vissuto veramente e pienamente il discorso della montagna, Gesù Cristo. Tutti gli altri uomini, di fronte al discorso della montagna, non possono che sentirsi peccatori e incapaci di viverlo.

La soluzione protestante è legata al fatto che il discorso della montagna è pensato come rivolto all'individuo, al singolo isolato e non al gruppo dei discepoli o alla nuova famiglia di Gesù.

In realtà il discorso della montagna, come tutta l'etica di Gesù, non può essere vissuta se non da un gruppo di persone che si decidano per il Regno di Dio e creano reali comunità di fratelli e sorelle, che formano lo spazio vitale entro il quale soltanto è realisticamente praticabile il Vangelo. Dove esistono realmente comunità cristiane in cui c'è comunione fraterna e aiuto reciproco, là il Vangelo è davvero praticabile e praticato. Cosi della povertà! Lasciato a se stesso in un mondo che si regola sulla violenza e sul potere del denaro, il singolo non riuscirebbe a vivere la povertà evangelica.

E le nostre parrocchie sono comunità di questo tipo? Non sono spesso piuttosto un insieme di individui singoli, i quali a mala pena si conoscono tra loro?

L'ipotesi che intendo proporre si può cosi articolare

  1. la povertà evangelica è praticabile soltanto entro il contesto di una vera comunità cristiana;
  2. la povertà evangelica diventa sale e luce del mondo, quindi testimonianza e irraggiamento di Gesù, soltanto se è vissuta entro una comunità alternativa al mondo, cioè non basata sul potere e sulla violenza come tutte le altre forme umane di società.

METODO D'INDAGINE

Manca oggi un'approfondita teologia della povertà: non c'era prima del Concilio, ma "l'insufficienza è perdurata dopo il Concilio e continua anche oggi" (G. Colombo). Il Card. Lercaro, in un intervento alla prima sessione del Concilio propose di assumere come il tema del Concilio "L'evangelizzazione dei poveri". Il Vaticano II non fece propria quella proposta. "Si deve anzi riconoscere — è il lamento evidentemente sterile di vari Vescovi durante la discussione conciliare — che alla povertà il Concilio ha dedicato un'attenzione soltanto marginale" (G. Colombo). La Lumen Gentium nel capitolo I tratta brevemente della povertà della Chiesa ma unicamente in una prospettiva cristologica (LG. n. 8). "L'insufficienza della teologia della povertà del Concilio Vaticano II è un dato oggettivo, documentato e comunemente riconosciuto, (ma ciò) non può essere imputato al Concilio, (bensì) piuttosto alla situazione teologica trovata dal Concilio" (G. Colombo).

Nonostante l'insufficiente teologia della povertà, possiamo affermare che il problema della povertà in senso cristiano non può essere affrontato se non partendo da Gesù Cristo: "La risposta non può venire ultimamente se non da Gesù Cristo stesso e precisamente dal posto cioè dal 'senso' che Gesù Cristo ha dato alla povertà nella propria vita" (G. Colombo). Si tratta in fondo di una questione cristologica. Piuttosto che domandarci "che cos'è la povertà?", dobbiamo dunque chiederci con riferimento a Gesù Cristo "chi è il povero?".

Eppure il Nuovo Testamento è molto avaro di informazioni sulla povertà di Gesù, a prescindere dal senso metaforico di 2 Cor. 8,9: "Voi conoscete la generosità di Nostro Signore Gesù Cristo, come da ricco si è fatto povero per voi, al fine di arricchirvi con la sua povertà". Gesù era un artigiano (Me. 6,3), non un salariato dipendente. Durante il suo ministero è aiutato da parecchie donne facoltose che "assistevano con i loro beni" (Le 8,2 - 3) Gesù e i suoi discepoli. Gesù accetta l'ospitalità di amiche benestanti come Marta e Maria (Le. 10,38-42) e del ricco Zaccheo (Le. 19,1-10). Il gruppo dei suoi discepoli possiede una cassa comune (Giov. 12,6; 13,29). Niente dunque autorizza a pensare che Gesù provenisse dalla classe più povera della società di allora e sia vissuto nella miseria.

In che senso allora Gesù è il povero che osa proclamare "Beati voi poveri", e che collega la felicità con la povertà? Una rimeditazione sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento può aiutarci a comprendere meglio il messaggio biblico sulla povertà e, ultimamente la povertà di Gesù.

ANALISI TERMINOLOGICA

Omettiamo qui per brevità un'analisi semantica del vocabolario ebraico e greco della Bibbia sulla povertà. Ci limitiamo a ricordare la conclusione di un simile studio. I termini ebraici che le nostre Bibbie traducono frettolosamente con "povero" non indicano tanto la pochezza di beni economici, ma una relazione sociale che implica dipendenza, oppressione, umiliazione, sofferenza. L'analisi semantica dunque porta a concludere che per la Bibbia il "povero" non è tanto l'indigente o il bisognoso di mezzi economici, ma piuttosto colui che nella società è oppresso, emarginato, umiliato, dominato dal potere altrui. La povertà quindi è una nozione sociale. Nella traduzione greca dei LXX da cui dipende il Nuovo Testamento si usa il termine ptôkhos per rendere quasi tutti i termini ebraici relativi alla povertà. Questo è anche il termine usato nelle beatitudini evangeliche. Nei Vangeli i "poveri" sono anzitutto coloro in rapporto ai quali si definisce il dovere dell'elemosina, persone che si devono soccorrere. Non si suppone evidentemente nessuna idealizzazione della povertà: i poveri sono degli infelici che abbisognano di aiuto materiale. E' dunque anche nei Vangeli una relazione sociale che è indicata con il termine "povero";

Accenniamo ora ad alcuni testi dell'Antico Testamento, scelti dalla letteratura profetica e sapienziale.

PREDICAZIONE PROFETICA

E' sorprendente che, nella Bibbia, non si parli mai di "povertà" per l'epoca pre-monarchica, nemmeno per la condizione degli Ebrei in Egitto, che erano oppressi ma non poveri. La "povertà" nasce contemporaneamente all'istituzione della monarchia, cioè allo stato. La struttura dello stato portò inevitabilmente alla creazione di classi sociali (ministri, funzionari, soldati, ecc.) a lavori forzati, a tassazioni, a espropri da parte del re, ad una magistratura sostenuta dal potere politico ecc. La vita degli israeliti non fu più quella della "grande famiglia" (clan o tribù) che possiede un territorio da lavorare e dal quale trae il necessario per vivere. La creazione dello stato portò alla formazione di grandi proprietari terrieri (latifondisti), alla schiavitù, alla nascita di tutta una classe sociale di dipendenti, di sfruttati e oppressi.

Contro questa situazione traboccante di ingiustizia da ogni parte, si leva la vigorosa e ferma protesta dei profeti. Fin dall'inizio della monarchia, il profeta Natan si scaglia contro Davide perché ha preso la moglie di Uria, suo dipendente: non è tanto un peccato sessuale, ma un'ingiustizia sociale che è condannata. Infatti Natan, per far capire a Davide il suo peccato, racconta la storiella famosa del ricco e del "miserabile" che non aveva se non una pecorella piccina che gli viene violentemente strappata da chi possiede più potere di lui (2 Sam. 12, 1-4). L'adulterio di Davide è condannato perché è un atto di ingiustizia sociale, un uso arrogante e oppressivo del potere.

L'episodio della vigna di Nabot (1 Re 21) tolta con la forza dalla regina Gezabele e dal re Acab introduce la protesta del profeta Elia contro il re: "Hai assassinato, ora usurpi" (v. 19). Si tratta ancora di abuso di potere.

Ma è soprattutto dai grandi profeti Amos, Osea, Isaia e Michea del sec. VIII a. C. che apprendiamo la più estesa e radicale denuncia dell'ingiustizia socio-politica. I due grandi assi, infatti, che polarizzano la predicazione di codesti profeti sono: la critica sociale e la critica politica.

Non intendiamo qui ripercorrere l'itinerario della critica profetica, ma ci limitiamo a qualche annotazione relativa al nostro tema. Anzitutto, per ì profeti, il "povero" è sempre creatura dell'ingiustizia sociale-politica. La povertà, quindi, non è mai idealizzata né approvata, non è ritenuta una fatalità ma è uno stato contrario alla dignità umana e alla volontà di Dio. Inoltre, la povertà non equivale a pochezza di beni economici, ma a ingiuste relazioni sociali e, di conseguenza a lacerazioni del tessuto sociale della comunità del popolo di Dio. La povertà, contro cui si scagliano i profeti, è la conseguenza di una vita basata sul potere, la violenza, la ricchezza come mezzo per un'autoaffermazione egocentrica e oppressiva. Positivamente, la proposta profetica consiste nell'utopia di una società alternativa, edificata sulla tôrâ. "Tôrâ" è il termine ebraico che abitualmente viene reso con "legge", ma impropriamente, perché significa "ordinamento sociale". Orbene la tôrâ si articola intorno a tre valori fondamentali: libertà, uguaglianza, fraternità. Per una esemplificazione leggiamo ora il testo emblematico di Isaia 10,33-11,10:

"Ecco il Signore, Dio degli eserciti,

che strappa i rami con fracasso; le punte più alte sono troncate,

le cime sono abbattute.

E' reciso con il ferro il folto della selva

e il Libano cade con la sua magnificenza.

Un germoglio spunterà dal tronco di lesse, un virgulto germoglierà

dalle sue radici.

Su di lui si poserà lo Spirito del Signore,

Spirito di sapienza e di intelligenza,

Spirito di saper ascoltare e di chiare decisioni,

Spirito di conoscenza di Dio e di timore del Signore.

Si compiacerà del timore del Signore.

Non giudicherà secondo le apparenze

e non prenderà decisioni per sentito dire.

Ma quando giudicherà riconoscerà il loro diritto ai senza-potere

e prenderà decisioni a favore degli oppressi del paese cosi da creare

uguaglianza.

La sua Parola sarà una verga che percuoterà il violento,

con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.

Fascia dai suoi lombi sarà la giustizia

cintura dei suoi fianchi la fidatezza.

Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,

la pantera si sdraierà accanto al capretto;

il vitello e il leoncello pascoleranno insieme

e un fanciullo li guiderà.

La vacca e l'orsa pascoleranno insieme;

si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;

il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno

in tutto il mio santo monte.

Infatti come le acque riempiono il mare,

così la terra sarà piena della conoscenza di Jahvé.

In quel tempo, la radice di lesse

si leverà come segno delle nazioni

i popoli accorreranno in massa,

la città dove Egli abita è "Gloria".

In questo passo di Isaia, Israele è paragonato alla magnifica selva del Libano: il profeta predice la caduta di quella selva, ossia il tramonto della società che essa rappresenta. La foresta è recisa, rimane soltanto un tronco da cui spunterà un nuovo germoglio cioè la nuova società che Dio vuole. Il re messianico, riempito del quadruplice spirito divino, instaurerà su questa terra una società alternativa suscitata dal medesimo spirito e fondata su valori umano-politici (sapienza, intelligenza, saper ascoltare, saper prendere chiare decisioni) e religiosi (conoscenza di Dio e timore di Jahvé). Il "sociale" e il "religioso" sono quindi uniti insieme nella nuova società messianica. Sarà questa una società senza classi, egualitaria; non sarà fondata sul potere e sulla violenza, sui favoritismi egoistici e sulla volontà di dominio, perciò non creerà sacche di poveri e di emarginati. L'unica "forza" sarà la "parola", ossia la persuasione prodotta dalla parola (V. 4).

Con i colori del mito paradisiaco, il profeta disegna la nuova sperata società messianica: sarà una società varia e multiforme (lupo, agnello, capretto, vitello, vacca, leoncello, serpente, bue, ecc.), ma non lacerata da reciproche opposizioni e lotte. L'iniquità e il saccheggio, che creano i poveri, scompariranno e regnerà la giustizia insieme con la conoscenza e il timore di Dio. Tale società sarà un "segno", cioè una società modello per tutti i popoli del mondo.

La povertà dunque è un problema sociale-religioso, che non può essere risolto se non con la creazione di una società di Dio, alternativa a tutte le società del mondo e nella quale si attui l'ideale deuteronomico: "Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi" (Dt. 15,4). In questa luce dobbiamo leggere anche i codici legislativi che si trovano nella Bibbia. Infatti tutto il diritto israelitico biblico, nato non dall'autorità statale ma da ambienti molto scettici nei confronti delio Stato mira non tanto a costruire una società che si identifichi con lo Stato o la società umana in generale, ma una società alternativa. Tale diritto propone un programma di vita sociale dove non ci deve essere nessun povero.

LIBRI SAPIENZIALI

Ci limitiamo qui a una sola annotazione. Con la sapienza di tutto l'Antico Vicino Oriente, i sapienti della Bibbia condividono la convinzione che Dio e i re prendono le difese dei poveri. Essi sostengono due soluzioni all'interno della società israelitica: 1) Ognuno dia quel che può per aiutare il povero; 2) Ognuno lotti per far valer la giustizia nella società di Dio.

Come esempio leggiamo Prov. 22,9: "Chi ha l'occhio generoso sarà benedetto, perché egli dona del suo pane al povero". Altro esempio è Prov. 28,27: "Per chi dà al povero non c'è indigenza, ma chi chiude gli occhi avrà grandi maledizioni".

POVERTÀ' "SPIRITUALE"?

Spesso si afferma che, verso il 630 a.C., con il profeta Sofonia nasce un vocabolario teologico nuovo: i "poveri" sarebbero i fedeli credenti, moralmente osservanti della legge, e non solo una categoria economicamente e socialmente definita. Cosi si arriverebbe per esempio in Sal. 149,4 a identificare i "poveri" con il popolo di Dio. I poveri sono cosi identificati con i giusti; i loro avversari non sono più i ricchi ma gli empi. Cosi gli Esseni di Qumran si definiscono "poveri".

Sarebbe tuttavia sbagliato vedere in questi testi una spiritualizzazione individualistica del concetto di povertà fino a farlo coincidere con "pio" o "giusto". A mio avviso, nei Salmi Israele è definito "povero" per contrapposizione sociale-religiosa con le altre società che detengono il potere e si basano su di esso. E’ soprattutto a partire dall'esilio che il popolo di Dio si percepisce "povero" perché e consapevole di essere una società che si organizza sulla base dell'affidamento a Dio. I "poveri di Jahvé" sono coloro che orientano tutta la loro vita a Dio, sapendo che soltanto da Lui può venire la società giusta: "Soltanto chi non si affanna per i problemi dell'uomo, ma per il suo Dio, trova la soluzione dei problemi umani... ciò è e vuole essere paradossale. Ciò perdura nella predicazione dei profeti ed è presente pure nel Nuovo Testamento, per

esempio nel discorso della montagna: "Cercate anzitutto la signoria e la giustizia di Dio, e allora tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt. 6,33). Poiché questa frase riflette già le esperienze delle prime comunità, possiamo intenderla benissimo come riferita alla ????? per la predicazione del Vangelo e l'edificazione della comunità. Per il discepolo di Gesù questo deve essere in primo piano.  E allora ciò di cui prima si parlava viene dato in aggiunta: mangiare bere, vestire. A tutte queste cose, aveva detto subito prima “ si rivolge la preoccupazione umana tra gli altri popoli" (Mt. 6,32) (N. Lohfink). La cosiddetta "povertà spirituale", nell'Antico Testamento non indica perciò semplicemente un atteggiamento dell'animo, ma coinvolge anche la costruzione di una società nuova. Così è nel Nuovo Testamento cui ora volgiamo direttamente l'attenzione partendo dal discorso della montagna di Matteo 5-7.

A CHI E' RIVOLTO IL DISCORSO DELLA MONTAGNA?

Per comprendere esattamente il senso del "Beati voi poveri" del discorso lucano della pianura e il "Beati i poveri in spirito" del discorso matteano della montagna è necessario chiedersi a chi sia rivolto tale annuncio. Più ampiamente, ci domandiamo chi sia il destinatario dell'insegnamento morale di Gesù.

Il discorso lucano della pianura sembra essere più vicino alla fonte originaria, mentre Matteo ha maggiormente elaborato il materiale raccolto nel cosiddetto discorso della montagna. In ambedue i casi, non si tratta certo di pura registrazione della parola di Gesù e inoltre la cornice, in cui sono collocati i due discorsi, è certamente redazionale, cioè determinata dall'evangelista in base alla sua prospettiva teologica.

Per Matteo, rileggiamo il brano introduttivo di Mt. 4,23-5,2: "Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e cosi condussero a Lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed Egli li guariva. E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Vedendo le folle, Gesù sali sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola Egli li ammaestrava".

La geografia menzionata in questo passo traccia una mappa dei territori dove vive il popolo di Israele: ciò vuol dire che Matteo vuole presentare tutto il popolo d'Israele raccolto intorno a Gesù. Il monte è il nuovo Sinai dal quale Gesù, nuovo Mosè proclama il nuovo ordinamento sociale, la nuova Torà. Il cerchio più vicino a Gesù è quello dei discepoli, ai quali Gesù si rivolge come rappresentanti di tutto Israele. Per Matteo dunque il discorso della montagna è rivolto al popolo di Dio come tale.

Per Luca rileggiamo Le. 6,17-20: "Disceso con loro, Gesù si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine del popolo da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da Lui usciva una forza che sanava tutti. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva….”

Secondo Luca dunque attorno a Gesù si radunano i discepoli e gran moltitudine del popolo. Qui "popolo" è il popolo d'Israele che Gesù vuole riunire; all'interno c'è un gruppo più ristretto: cioè i discepoli; tra i discepoli poi emergono i dodici. Con il suo discorso Gesù si rivolge alla "gran folla dei discepoli" rappresentanti di tutto il popolo d'Israele.

In conclusione, il discorso della montagna o della pianura non è rivolto né al singolo né a tutta l'umanità, ma ai discepoli di Gesù. Ciò che Gesù dice ai suoi discepoli vale per tutto il popolo di Dio che Gesù vuole riunire intorno a sè come famiglia di fratelli e sorelle, ossia come nuova famiglia di Dio. E' in tale contesto che ora dobbiamo comprendere la beatitudine dei poveri.

BEATI I POVERI

La formulazione lucana della beatitudine riflette meglio l'originario discorso di Gesù rivolto alla folla dei discepoli: "Beati voi poveri" (Le. 6,20); Matteo dice: "Beati coloro che scelgono di essere poveri" (5,3), cioè beati i discepoli di Gesù che "in spirito", nella loro libera decisione, scelgono di essere "poveri". La beatitudine è, dunque, rivolta ai "poveri per scelta" e non ai "poveri per necessità". La decisione libera, cui si allude, è la stessa di cui si tratta in Mt. 6,24: "Non potete servire Dio e il denaro".

Gesù proclama che la felicità è legata alla decisione di servire unicamente Dio, quindi alla opzione contro il denaro e il rango sociale. Beati sono i "poveri" che confidano soltanto in Dio e decidono di avere per sé soltanto Dio: questo è il senso dell'espressione resa  comunemente con "perché di essi è il Regno dei Cieli" (Bibbia CEI), ma che potrebbe essere tradotta meglio con: "perché essi hanno Dio come re". Quando Dio regna sugli uomini, si produce la felicità.

Ciò significa che questi "poveri", che sono i discepoli di Gesù, non vanno in cerca di padroni che li mantengano o ai quali vendersi come schiavi. Essi non hanno "padre" (Mt. 23,9) "padrone" se non Dio soltanto. E non cercano di dominare, perché ogni forma di "dominio" è legata alla "ricchezza" (cfr. Mc. 10,42-45): "coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi (altri funzionari) esercitano il potere su di esse. Ma fra voi non e cosi".

La beatitudine di Gesù non è rivolta all'individuo singolo né all'intera umanità, ma ai suoi discepoli che credono in Lui. Né si può dire che Gesù richieda soltanto un distacco interiore dai beni, perché la predicazione di Gesù riguarda sempre una prassi all'interno di un nuovo ordinamento sociale.

La beatitudine della "povertà" riguarda, dunque, quelli che hanno liberamente scelto di vivere cosi, avendo Dio come unico re (secondo Matteo) e riguarda i discepoli che hanno deciso di entrare nella comunità di Gesù (Luca). La "povertà" cristiana è  dunque  essenzialmente la scelta di “servire” nella società di Dio come discepoli di Gesù. E' perciò là scelta di "servire" la società di Gesù e di “seguire” Lui.

"POVERO" E' CHI DA' AI POVERI

Ripetiamoci ora la domanda: "Chi è il povero secondo il vangelo?". Possiamo rispondere a tale domanda se interpretiamo, le beatitudini anzitutto come autobiografia di Gesù: Egli è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia. Egli ha scelto come unico re Dio Padre! La "povertà" di Gesù non è soltanto una condizione socio-economica, ma una "situazione" spirituale.

A partire dalla "povertà" intesa come espressione sintetica di tutte le altre qualità menzionate nelle Beatitudini, e riferite anzitutto a Gesù, è possibile capire la povertà "cristiana". Essa è indissociabile dal "seguire Gesù": è povertà come quella di Gesù. E come per Gesù, è "povertà" per amore dei poveri.

La povertà cristiana si radica quindi nella sequela di Gesù, nella decisione di entrare a far parte della sua nuova famiglia. Gesù ha detto: "Non v'è nessuno che abbia lasciato casa e fratelli o sorelle, o madre o padre o figlio o campi per amore di me o dell'evangelo, il quale non riceva centuplicati, ora in questo tempo, case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, con persecuzioni, e nell'eone futuro, vita eterna" (Mc. 10,29-30).

In certe circostanze, è necessario lasciare tutto per amore di Gesù e del Vangelo: si entra cosi nella nuova famiglia di Gesù nella quale si hanno di nuovo fratelli, sorelle, madri e figli. "Gesù ha chiesto ai suoi discepoli di lasciare tutto, ma non li ha chiamati nella solitudine e nell'isolamento (questo non è il senso della sequela), ma in una nuova famiglia di fratelli e sorelle, che è il segno dell'irrompente regno (di Dio)" (G. Lohfink).

Al ricco che vuol avere la vita eterna Gesù dice: "Vai, vendi quello che hai, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi" (Mc. 10,21). Quell'uomo è chiamato a condividere la sua ricchezza per potere seguire Gesù.

Cosi Zaccheo accoglie Gesù come Signore, ma nello stesso tempo dà la metà dei suoi beni ai poveri e restituisce quattro volte tanto quel che ha rubato (Lc. 19,1-10). La condivisione è inseparabile dall'accoglienza di Gesù.

La primitiva comunità cristiana vive la povertà come condivisione e cosi elimina la povertà: "La moltitudine di coloro che sono venuti alla fede aveva un cuore solo e una anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno". (Atti 4,32-35).

Da questo brano degli Atti possiamo dedurre la nostra conclusione, articolando i vari momenti logici della vita ecclesiale:

a) venire alla fede in Gesù

b) testimonianza della risurrezione di Gesù

c) la "società" unita in "un cuor solo e un'anima sola" (amicizia o legami famigliari)

d) ogni cosa è comune (le forme possono essere diverse!)

e) non c'è nessun povero.

Di conseguenza, in una società del benessere, l'annuncio della povertà cristiana non è soltanto un problema di teologia spirituale né soltanto un problema pratico-pastorale di come evangelizzare i poveri e aiutarli, ma come edificare una società di discepoli che credono in Gesù morto-risorto e sono disposti a seguirlo, non  secondo la concezione individualistico-borghese della riduzione etico-spiritualistica della fede cristiana, ma creando una società messianica alternativa a tutte le altre società del mondo.

I nostri discorsi sulla "povertà" saranno sempre superficiali e inefficaci se sono separati dal contesto della società nuova che i cristiani dovrebbero creare. Noi cristiani, avendo perduto, in gran parte, la dimensione sociale della vita cristiana — perfino l’ Eucaristia era stata ridotta a preghiera individuale — siamo indotti a interpretare anche la povertà in senso "intimistico" e individuale, facendone una virtù per specialisti (i religiosi). La "povertà" è virtù cristiana se è vissuta entro la comunità cristiana.

IL DISTACCO E IL PERICOLO DELLA RICCHEZZA

Se la povertà evangelica è connessa con la sequela di Gesù e questa si concretizza nella costituzione della nuova famiglia di Dio, ciò significa che essere evangelicamente poveri non si identifica semplicemente con l'ideale stoico del distacco interiore dai beni terreni. Gesù non è un moralista stoico che disprezzi il corpo e i beni terreni o li veda soltanto come un pericolo; egli non predica mai la povertà come valore in sé stessa. Il Vangelo di Gesù è ben lontano da una idealizzazione della povertà: la povertà per Gesù non è un ideale.

L'ideale è piuttosto vivere come Gesù, ponendo tutta e assolutamente la propria fiducia in Dio e costruendo con gli altri la nuova famiglia di Gesù. Il "distacco", come atteggiamento soggettivo e puramente interiore, non è che stoicismo e ben s'accorda con la cultura borghese-illuministica e il connesso spiritualismo etico.

L'esistenza cristiana è invece necessariamente un far visibile e  comunitario ossia una "città posta sul monte che non può restare nascosta" (Mt. 5,14). Il "distacco" che Gesù chiede quando ci invita a cercare prima di ogni altra cosa il Regno di Dio e la sua giustizia, è la rinuncia a vivere egoisticamente, ossia individualisticamente e privatamente, e l'impegno a edificare una comunità in contrasto con il resto delle società di questo mondo.              

Questo infatti è il sogno o il desiderio di Dio: creare una società nuova, cioè uno spazio vitale nel quale la volontà morale di Dio, specialmente nella sua dimensione sociale, viene attuata. La povertà, in quanto distacco, è allora preghiera con la quale facciamo nostri i desideri di Dio.    

Modello della preghiera del povero è il Padre nostro, dove anzitutto preghiamo come famiglia che si rivolge al Padre. Non si prega isolati dagli altri, ma come figli della nuova famiglia di Gesù. Noi chiediamo:

-              Sia santificato il tuo nome. Da Ez. 36,22-24 impariamo che Dio santifica il suo nome, ossia mostra la sua santità, riunendo il suo popolo disperso e rinnovando il cuore dandogli un cuore nuovo e uno spirito nuovo. La domanda del Padre nostro va intesa dunque cosi: "Tu Padre riunisci e rinnova il tuo popolo".

-        Sia fatta la tua volontà. La "volontà" di Dio indica qui il desideri o il sogno di Dio di creare la sua famiglia. Potremmo quindi rendere questa espressione cosi: "Tu Padre realizza il tuo sogno".

-              Venga il tuo regno. Il regno di Dio comincia a realizzarsi là dove i discepoli di Gesù fanno nascere una nuova società. Ma tale capacità dei discepoli dipende dal dono di Dio. L'espressione può essere allora così tradotta: "Tu Padre fa venire il tuo regno".

Tutte e tre queste prime domande del Padre nostro si riferiscono alla nuova società che Dio desidera per noi. Nelle tre domande della seconda parte la prospettiva non cambia.

-              Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Questa domanda significa: "Fa che ogni giorno non manchi a nessuno di noi il necessario per vivere". L'egoismo umano crea i poveri, la fame, la disoccupazione e l'emarginazione: noi chiediamo di riuscire a fare nostro il desiderio di Dio, cioè che nessuno sia privo del pane quotidiano. In altri termini, chiediamo di saper spezzare il pane che Dio ci dona in modo che ciascuno ne abbia per vivere e non ci sia nessun povero.

-              Perdona a noi le nostre colpe, come noi perdoniamo a chi ci ha offeso. Il desiderio di Dio è che noi viviamo tra di noi il suo perdono; Egli ci perdona perché noi possiamo perdonarci e vivere riconciliati con Lui e con i fratelli.

-              Fa che non cediamo nel momento della prova, ma liberaci dal male. La comunità di Gesù sa che solo il Padre può liberarla dalla debolezza che la minaccia nel momento della prova e può darle la capacità di resistere al male. Dio Padre non desidera altro che liberarci da tutto ciò che è male per farci vivere una vita nuova, come nuova e rinnovata società.

Colui che è evangelicamente povero prega con il Padre Nostro per fare propri i desideri di Dio rinunciando perciò a vivere secondo i propri desideri egoistici.

La ricchezza è un pericolo e il Vangelo contiene parole estremamente dure verso i ricchi e la ricchezza. Si pensi per esempio a Lc. 6,24: "Guai a voi, o ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione!". Ma è pur vero che il Vangelo non pronuncia una condanna dei beni o del benessere in sé stesso. "Ricchezza", nel senso inteso dai vangeli, significa un certo modo di rapportarsi agli altri e non tanto la quantità di beni posseduti. Il "ricco" è colui che si lascia accaparrare cuore e mente dai beni terreni: non pensa più a Dio e ai fratelli, non fa propri i desideri di Dio espressi nel Padre nostro. A questi si riferisce Gesù quando dice: "Non si può servire Dio e il denaro" (Mt. 6,24; Le. 16,13). Non esiste quindi un "ricco" che serva veramente Dio e cerchi di spezzare con gli altri il suo "pane".

Per una esemplificazione rileggiamo l'episodio di Zaccheo (Lc. 19, 1-10). Zaccheo è ricco e peccatore; come esattore delle tasse vede negli altri soltanto un mezzo per arricchire. Gesù gli va incontro, lo invita a scendere dal sicomoro, l'albero della perdizione che fa guardare i fratelli dall'alto al basso. Zaccheo accoglie pieno di gioia Gesù e allora si produce il cambiamento che ha due aspetti: a) Gesù è riconosciuto come "Signore" (è la fede); b) nello stesso tempo c'è la conversione verso i fratelli: "Dò la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto" (è la condivisione). La fede nel Signore Gesù è dunque inseparabile dalla condivisione fraterna dei beni. La "comunione riconciliazione" con i fratelli crea quella vera famiglia di Gesù che sola può proporsi come alternativa messianica alla comunità degli uomini, ossia come luce e sale del mondo. In questo senso la nostra Settimana Pastorale si inserisce nel programma della Chiesa italiana che sta preparandosi al Convegno su "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini".

CONCLUSIONE

Quali conseguenze trarre sul piano pastorale dalla nostra riflessione biblica? Qual è la nostra proposta cristiana, riguardo la povertà, in una società del benessere? Si può iniziare a rispondere seguendo tre indicazioni:

1) Creando delle oasi comunitarie che sulla parola di Gesù vivano quali società alternative al mondo;

2) praticando all'interno di tali comunità una certa condivisione dei beni, almeno nel senso che non ci sia alcun bisognoso;

3) vivendo l'accoglienza nei confronti di ogni uomo che chieda aiuto alla comunità cristiana, la quale non dovrebbe ripiegarsi narcisisticamente su se stessa. Ma l'accoglienza verso ogni uomo è possibile solo se prima i fratelli cristiani formano un'autentica comunità e si amano fra di loro. In altre parole può nascere un vero amore cristiano per "chiunque è nel bisogno" soltanto se si vive anzitutto l'amore per il fratello che condivide la stessa fede.

A conclusione della nostra riflessione riascoltiamo la parola del Signore annunciata dal profeta Sofonia:

"Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra;

cercate la giustizia,

cercate la povertà

per trovarvi al riparo

nel giorno dell'ira del Signore" (Sof. 2,3).

(dagli Atti della XVI Settimana Pastorale intitolata: “La nostra comunità diocesana testimone di Cristo povero” ,27-31 agosto 1984)