·   22 marzo 2015 - intervento del vescovo Roberto all'Assemblea sinodale   ·

 

Introduzione

Dopo aver ascoltato la lettura che alcuni componenti del consiglio pastorale diocesano hanno fatto dei contributi dei piccoli gruppi sinodali, l’impressione è di percepire con noi il respiro delle nostre comunità: le attese, la ricerca, il non detto.    
È la conferma che stiamo lavorando con criterio sinodale, dunque non con una verità già definita, ma in corso d’opera. Formulare belle tesi e descriverle non è sufficiente. Come camminare? Quali orientamenti di direzione si colgono? Quali cambiamenti suscitare? Queste (e altre) sono le domande pastorali che ci devono stare a cuore e che motivano la sosta laboriosa del Sinodo.

La gratitudine è il sentimento iniziale: verso Dio che continua a manifestare il suo amore per noi; e verso coloro che vogliono dar credito a questo amore nel cammino sinodale della nostra Chiesa.
Siamo in discernimento che chiama in causa l’ascolto dello Spirito, con la consapevolezza di stare in un tempo di trasformazione che chiede risposte e cammini a lunga percorrenza e non tanto in chiave di emergenze.

Abbiamo la possibilità, attraverso questo tempo sinodale, di maturare quale Chiesa vogliamo essere, quali comunità vogliamo costruire, quali strade vogliamo continuare ad aprire per un incontro con Gesù che ci faccia sentire popolo di Dio, radicato nella storia dentro la quale dobbiamo imparare a stare, abbandonando ogni idea di riconquista.

Non siamo sprovvisti: in questi anni (e ancora prima) abbiamo messo in cantiere molto materiale, ci sono tanti operai del Vangelo; abbiamo bisogno ad ogni livello - e il cammino sinodale lo consentirà – di condividere, per ‘uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare’.
Sono le vie che la Traccia preparatoria del Convegno di Firenze indica come vie di umanizzazione.

Sono state formulate domande puntuali che colgo dentro il loro contesto più ampio e descrittivo della vita delle comunità. Ho raccolto domande e contesto sotto alcune voci: comunità, ministerialità (e all’interno di queste: donne e ministerialità, la formazione dei seminaristi), pastorale e fragilità.

Comunità
La voce ‘comunità’ ritorna continuamente (ne rileviamo anche l’eccedenza nei nostri linguaggi) e in questa voce ritroviamo le risposte alle altre domande (ministeri, formazione, relazioni, missione …).
Ognuno potrebbe avere un’idea e proporre modelli di comunità. Dai contributi dei piccoli gruppi sinodali se ne può tracciare il volto ideale, ma anche le difficoltà. Accoglienza, dialogo, fraternità, prossimità, ascolto, non piena consapevolezza di sé e della propria identità … Lo abbiamo ascoltato.

Communitas contiene in sé il termine munus. Munus ha due signi­ficati: sta a dire il dovere, il compito, la responsabilità verso gli altri; ma è anche il dono, il dono da offrire (non quello che si riceve) è il do­no che si dà, il dono da dare.
L’esperienza della comunità in ogni caso si fonda sulla legge del dono, non nel senso di costrizione o di obbligo, ma nel senso che essa è possibile se c’è in tutti l’esigenza di uscire da se stessi per donare se stessi e fare della propria vita un dono.
La comunità è lo spazio dove ci si scopre ‘in debito’ gli uni verso gli altri e perciò più disponibili ad accogliere e condividere limiti, povertà, fragilità.

Essa non è un optional, ma una dimensione costitutiva della fede e che, realizzandosi nella storia, è sottoposta a cambiamenti, pur nel rimanere delle sue qualità essenziali che la Scrittura custodisce e il cammino dei cristiani ha sempre saputo interpretare nel tempo.

Ci si interroga su ‘forme ecclesiali migliori’: sono non solo possibili, ma auspicabili, non necessariamente costruite sulle rovine delle precedenti.
Evangelii Gaudium offre alcuni criteri equilibrati e saggi di valutazione delle strutture chiamate a custodire dei valori e non viceversa. Quelle si possono modificare, questi no.
Al n. 28 Papa Francesco ricorda che “la parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può as­sumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’u­nica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Proprio questa capacità di contatto, di vicinanza, di relazioni accessibili, è il valore da rinnovare.  “Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evange­lizzazione. È comunità di comunità … centro di costante invio missiona­rio. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano an­cora più vicine alla gente, e siano ambiti di co­munione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”.
E al n.29 si guarda alle altre istituzioni ecclesiali, (comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione) perché con la loro ricchezza “si integrino con piacere nella pasto­rale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasfor­mino in nomadi senza radici”.

Sono queste le connotazioni che non devono venire a mancare e se questo succede è necessario riconquistarle. E come? Alcune acquisizioni teologiche le abbiamo: tutti parliamo di corresponsabilità battesimale, di carismi e ministeri in comunione. Il rischio è che sia come una pioggia che non penetra il terreno.
Piuttosto è da mettersi in cammino e fare esperienza di un ascolto assiduo e familiare della Parola che ci conduca all’ incontro vivo e unificante con Cristo, con gli altri, con se stessi. Forse la Scrittura deve essere ancora riconsegnata a tutti: è lasciandosi ri-generare da essa che si diventa persone e comunità generative di bene, di senso, di fraternità.  
L’ascolto e l’incontro riconosciuti come fondamentali e qualificanti la comunità sono avvalorati dall’esperienza dei piccoli gruppi sinodali.

Cosa ci sta insegnando la positività di questa esperienza?
Quando si tratta di cose che interessano la vita e si usa un metodo rispettoso di tutti, le persone ci sono.
Attrae l’essenziale della fede, l’andare dritto al cuore del dialogo con il Signore.
La scoperta del vissuto come spazio in cui e attraverso cui si racconta la fede.
La ricchezza che emana da relazioni prossime e che restituiscono il sentimento dell’appartenenza ecclesiale.
Il ritrovarsi ‘alla pari’ come fratelli e sorelle, nel gusto dell’uguaglianza battesimale.  
La libertà e la gratuità della presenza, libere da un dover fare immediato e proprio per questo in condizione di maggiore lungimiranza e apertura.

Dobbiamo sentirci persone chiamate di nuovo e al nuovo non già definito, ma aperto all’azione dello Spirito che mette insieme persone diverse, con diversi cammini ed esperienze di fede, ma accomunati dalla ricerca di Dio nel mondo che abitiamo.   

Sottolineo qualche elemento: il desiderio che le comunità siano ‘piccole’, segno/sentinelle nel territorio, radunate in contesti familiari, nella preghiera e nell’ascolto della Parola, disponibili a lasciarsi educare al servizio, ad una evangelizzazione che si tesse come rete di relazioni: semplici e vicine, sensibili e contagiose, invitanti e rispettose.

È questa un’autentica speranza per l’anonimato e la dispersione del nostro tempo, per il clima di delusione e di sfiducia che a volte si respira. Più che ad un percorso dal centro verso le periferie, dovremo pensare a periferie animate da un ‘centro’, da un ‘nucleo vivo’ di persone che non fanno cose straordinarie, ma si pongono in cammino come discepoli che vogliono diventare servi, si lasciano educare alla sollecitudine per i bisogni degli altri, ne assumono la responsabilità.
Il ‘mandato’ diventa frutto di un’assiduità alla Parola, di uno sguardo affinato dalla fraternità, è appoggiato ad un riconoscimento della comunità e di chi la presiede.   

Non è questo il luogo, ma è evidente il bisogno di precisare e approfondire, soprattutto in ordine ad una concretizzazione diversificata di quanto andiamo dicendo. Già possiamo dire che non c’è incongruenza tra questa realtà delle comunità - più volte chiamata in causa - e il rimanere delle parrocchie e l’impostazione delle unità pastorali.
Le parrocchie possono trasformarsi effettivamente in ‘comunione di comunità’ che celebrano l’Eucaristia, provvedono alla formazione, al coordinamento, all’accoglienza.
Così le unità pastorali sono al servizio della crescita delle comunità, creano una condizione ‘allargata’ di comunione; sono uno strumento per progettare, favorendo confronto e reciproco aiuto tra preti e operatori pastorali, per garantire che la Chiesa viva ovunque, anche nelle situazioni che i criteri umani valutano sfavorevoli.  
 
Ministerialità
Riprendo, in questo ambito, alcuni stralci dagli Atti delle Settimane della Chiesa mantovana: sono state esperienze diocesane che hanno raccolto e rilanciato il cammino dei cristiani mantovani. Rifarsi ad esse è di incoraggiamento perché vuol dire che, proprio in riferimento alla ministerialità, la strada è aperta, ma da percorrere, c’è un inizio da approfondire nelle sue potenzialità. È una strada a disposizione dei sinodali proprio per la verifica della sua percorribilità.    
È opportuno ribadire che anche i termini ministero/ministerialità hanno bisogno di una qualche precisazione, per il rischio che si attribuisca ad essi significati troppo o troppo poco estesi. Non è la sede per approfondire, ma teniamo conto di ciò che abbiamo vissuto. Nulla comuque è tolto al nostro orizzonte esplorativo e di ricerca.  

Negli Atti della Settimana della Chiesa mantovana 2011 (cfr. Cercate tra voi fratelli, p. 77) leggo: “Negli anni scorsi ho chiesto che nelle comunità venissero individuate alcune persone, uomini e donne che si ponessero al servizio del cammino della comunità in stretta unione con i sacerdoti, per responsabilità prettamente laicali, gestite in comunione di spirito e in aperta comunicazione reciproca. Confermo e rinnova la richiesta …”.

Ci si riferiva agli incaricati stabili per il collegamento e la comunione ecclesiale, all’ incaricato per la Parola, ai gruppi ministeriali. Di questi ultimi - pensati in particolare (ma non esclusivamente) per le comunità senza parroco residente e con un mandato esplicito, chiedevo che se ne studiasse la prospettiva, in particolare nei consigli pastorali che, insieme ai consigli per gli affari economici, sono luoghi del ‘tenere consiglio’ e non solo del dare consigli. Lo studio può allargarsi ora anche alle commissioni sinodali.

Il luogo sorgivo era e rimane la partecipazione dei laici alla cura pastorale, un tema forse ‘classico’ ma tutt’altro che scontato e posto a riflessione - nella Settimana 2010 - in termini di responsabilità dei laici nel coordinamento e nell’ animazione comunitaria (cfr. Tutto è pronto venite alla festa. Atti 2010, p. 139 ss).
Quella prospettiva ‘molti, alcuni, uno’ aveva acceso luci sulla dimensione collegiale e comunitaria del ministero, sulla possibilità dei gruppi ministeriali … tutti riferimenti ad una partecipazione all’esercizio della cura pastorale che potesse esprimersi in forza di un incarico riconosciuto e stabile affidato dall’autorità ecclesiastica a laici che ne fossero ritenuti idonei. (cfr. Atti 2010, p. 149).

Oltre ai ministeri che instancabilmente e spesso silenziosamente tessono la vita delle nostre comunità (catechisti, educatori, ministri della comunione eucaristica, della visita ai malati …), emerge uno spazio nuovo di ministerialità dei laici, quello del coordinamento e dell’animazione comunitaria, riservando ai presbiteri impegni di discernimento, di comunione e di presidenza nella progettazione della vita della comunità (cfr. Atti 2010, p. 152).  

Ancora penso alla ‘domanda di servizio’ (e quindi alle risposte di ministerialità) invocata - esplicitamente o implicitamente - dai nuovi bisogni che il contesto sociale lascia emergere e di cui anche noi siamo protagonisti: l’interculturalità, la compresenza di diverse religioni, la comunicazione digitale, la desertificazione spirituale, la malattia e la morte, le famiglie frantumate, la solitudine, ecc …
Chi è disponibile ad abitare, nel nome di Gesù, questi spazi ? Quali ministeri se ne fanno carico? Chi rende presente Gesù e il suo Vangelo non per cambiare le cose, ma per dare la speranza che provoca cambiamento?
“Chi manderò e chi andrà per noi? Eccomi, manda me” (Is 6,8). La dimensione vocazionale è tutta da riprendere e riproporre nel contesto della comunità e della sua forza propositiva.   

Siamo attesi a questo appello che viene dallo Spirito. E proprio di questo mondo dovremmo essere maggiormente capaci di parlare, conoscendolo, apprezzandolo e abitandolo con simpatia, perché incluso in quel ‘in principio’ della creazione e che è destinato ad essere non buttato via, ma accompagnato, abitato, trasfigurato perché diventi l’‘opera’ che Dio guarda con amore: E vide che era cosa buona.

Lo spostamento dell’attenzione è necessario: non un rimando dai preti ai laici/donne e viceversa. Al cuore c’è la comunità e il profondo legame che l’attraversa tra cammino spirituale – vocazione – mandato.  
Ogni comunità parrocchiale potrebbe/dovrebbe fermarsi, in modo collegiale, pacato, con un tempo disteso e chiedersi come vuole essere, servire, celebrare oggi? Dove e come vuole ‘cercare casa’, senza abbandonare quella che abita?

Formazione dei seminaristi
Nel Messaggio di Papa Francesco all’Assemblea CEI (Assisi, novembre 2014) che ha riflettuto proprio sulla formazione dei presbiteri si delinea la fisionomia di “ministri ‘liberi dalle cose e da se stessi’ (…), che “rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il Vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta” (…) evitando la figura sia di “preti clericali, il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore”, sia di “preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da Lui la propria consolazione”.
Nel decennio in cui la Chiesa italiana ha posto l’attenzione sul tema educativo, la formazione dei presbiteri in tutto l’arco della loro vita ne è stata coinvolta per essere ripensata alla luce di così grandi e profonde trasformazioni, dentro e fuori la Chiesa.
Lo spazio dell’esperienza nelle comunità per i seminaristi è importante, come lo è quello del Seminario, tempi non giustapposti ma da integrare in una prospettiva umana e cristiana.     
La storia e la vita della comunità ecclesiale dove i giovani candidati trascorrono periodi del loro cammino, è luogo educativo. Nella comunità si continua ad imparare e ad apprendere. Il libro della quotidianità, dell’operosità, dell’umanità ha pagine impegnative su cui soffermarsi e confrontarsi, perché la formazione sia integrale e renda uomini liberi pronti a spendersi, ponendosi a fianco di fratelli e sorelle.  
Il rischio è che si diventi subito attori, requisendo un po’ tutti i servizi, più che ponendosi al servizio di una comunità che precede e nella quale inserirsi.
Allo stesso tempo anche le comunità hanno bisogno di avere qualche indicazione per non ‘appropriarsi’ indebitamente della presenza dei giovani e per riconoscerli invece nel loro essere in cammino e aiutarli a diventare se stessi, protagonisti dentro una storia di una realtà comunitaria che anch’essi contribuiscono a costruire.  

Donne e ministeri
Le donne forse non amano sentirsi ‘una questione di cui parlare’, o a cui concedere di parlare. Vorrebbero semplicemente essere non eccezioni, ma persone che con il battesimo sono soggetto ecclesiale, soggetto corresponsabile della vita della Chiesa, a pieno titolo e in tutti gli ambiti. La differenza, positiva e benedetta, deve saper custodire l’uguaglianza dentro e fuori la Chiesa.

Abbiamo riconosciuto, a conclusione della Settimana 2011, come “la donna abbia saputo esserci sempre nella Chiesa, nella paziente e costruttiva posizione di chi, senza attendere incarichi e mandati, va, mossa dall’acutezza dello sguardo e dall’intelligenza del cuore, carica di amore” (cfr. Atti, p. 76).

Sarà forse questa una modalità femminile irrinunciabile, che chiede però - proprio per la crescita della responsabilità laicale - spazi di reciprocità, di creatività, di partecipazione al discernimento pastorale in tutte le sue fasi: riflessive, progettuali, pratiche. L’esclusione dal tavolo deliberativo perché si è donne sarebbe davvero una ferita inferta alla completezza della creazione e allo stile di Gesù. “C'erano con lui i Dodici e alcune donne (…) che li servivano con i loro beni”. (cfr Lc 8,1ss). Un discepolato e un servizio proposto a uomini e donne, all’inizio un discepolato di eguali, una sfida per la mentalità del tempo.

Papa Francesco in EG 103 sottolinea come, pur notando le responsabilità pastorali che le donne vivono, “c’è ancora bisogno di allargare gli spa­zi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Perché «il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale; per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo» e nei diversi luo­ghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali”.

E il n.104 recita così: “Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uo­mini e donne hanno la medesima dignità, pongo­no alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere”.
Non è in questione il sacerdozio ministeriale; statisticamente per le donne non è preminente. Piuttosto il desiderio è di potersi mettere in gioco pienamente, superando pregiudizi che a volte escludono l’ascolto e il confronto.

Le donne rappresentano da sempre per la Chiesa come una ‘fortezza silenziosa della fede’. Ma questo non sembra incidere nelle sue strutture, nel modo di far crescere una comunità, nelle decisioni e nel peso delle responsabilità.  Perché?

È importante chiedersi quali spazi sono proposti alle donne nella vita della Chiesa. Sono spazi pensati ed elaborati insieme alle donne? Tengono conto dei cambiamenti di sensibilità, culturali, sociali che riguarda sì il femminile, ma anche il maschile? Oppure si è fermi ad un’immagine della donna (da parte di uomini di Chiesa, ma a volte da parte delle donne stesse) un po’ obsoleta, non più corrispondente alla realtà e nella quale le donne stesse fanno fatica a riconoscersi?
Qualche nota dovrebbe essere dedicata in particolare anche alle donne consacrate; se non è possibile in questa sede, potrà esserlo comunque nel proseguo del cammino sinodale.  

La complementarietà e la reciprocità tra uomini e donne è l’impegno inderogabile per una piena collaborazione e integrazione nella realtà ecclesiale e che consente l’esprimersi di competenze, ma anche di sensibilità, intuito, passione e dedizione.

Pastorale e fragilità
Ci si interroga su come la Chiesa mantovana possa mettersi ‘in uscita’ sostenuta da scelte pastorali concrete e oculate.  “Vide una grande folla e si commosse per loro”: è stato il tema e soprattutto l’ottica della Settimana della Chiesa mantovana 2012.
I giovani, la famiglia, il lavoro, la salute, persone e famiglie impoverite, gli immigrati: su queste realtà avevamo gettato lo sguardo, per sollecitare un’attenzione conoscitiva, relazionale, solidale delle comunità nel territorio. A distanza di pochi anni sembra che le ferite siano più profonde, fino a raggiungere le radici dell’‘umano’, nel tentativo sfidante di sradicarlo dalla sua terra.

Che cos’è la pastorale? Solo un insieme di iniziative? Schemi che si contendono buone riuscite? O ripetizioni di proposte che non scomodano il pensare, il mettersi in movimento, il lasciarsi provocare dalle situazioni?

La pastorale, più che tante attività o una scienza (e tuttavia ha una sua logica spirituale ed ecclesiale), è un ‘corpo vivo’; è la capacità della comunità, nel suo insieme, di prendersi cura in modo organico, capillare, diversificato dell’annuncio del Vangelo, della crescita delle persone e in particolare quelle indebolite e rese fragili dai disagi esistenziali, dalle difficoltà di ogni genere.
È un ‘corpo’ che sa parlare diversi linguaggi, che impara a discernere i tempi opportuni, che si adatta a ritmi diversi e che valorizza ciascuno/a favorendone la responsabilità, la capacità di iniziativa.    

La pastorale è l’attenzione della Chiesa per la gente, segno della sollecitudine di Dio per l’umanità; è un atto comunitario, un’attenzione per la quale si paga il prezzo della vita, con il tempo, i doni, il sacrificio offerti. È una vera e propria vocazione e missione. Ma se tutto questo fosse espressione di singoli rimarremo in superficie.   
Una pastorale che ‘si accorge’ è una pastorale che ha tempo, occhi, mani, piedi, pensieri, cuore. … Mani che devono sporcarsi, piedi doloranti perché hanno camminato, occhi che vedono perché hanno messo il collirio della fede, pensieri che si confrontano perché hanno sostato nel dialogo con il Signore.
Penso che in tanti conosciamo questo impegno e possiamo chiederci se sta generando relazioni nuove, comunione, fiducia, segni del Vangelo tra la gente.   

C’è un insieme di attitudini pastorali che non sempre passano attraverso forme codificate, ma che si possono riconoscere o che sono attesi da cristiani maturi, nei quali la fede non è una cattedra, ma un grembiule; e non per questo rinuncia alla capacità di giudizio, ma la attinge dalla Croce.  

Le forme codificate sono quelle che una comunità sa creare perché è in ascolto di Dio e ‘abita’ le strade, i condomini, i quartieri; perché entra in relazione, conosce, si avvicina; è una creatività che poi è capace di ordine, di darsi delle priorità, di attribuire competenze.
Senza perdere lo stile di fraternità, di umiltà, di condivisione sono necessarie concretezza di intervento e capacità organizzativa; sedi e luoghi di comunione dove si condividono orientamenti, scelte, disposizioni e dove sia l’iniziativa personale che di gruppo/comunità abbia possibilità di confronto, valutazione, verifica, ri-progettazione; dove la ministerialità della carità, della Parola, della preghiera, della comunione sia contributo consistente e unificante.   

È importante inoltre riconoscere il valore pedagogico della fragilità (nelle sue espressioni più diverse), anche per chi fragile non è, o non sa di esserlo.
Prendersi cura non è mai un movimento a una sola direzione; è un ambito di reciprocità, che risveglia l’umanità di tutti e crea uno scambio di vita fra tutti.

Per concludere
Comunità, ministerialità, pastorale e fragilità non sono voci a sé stanti, ma ordinate l’una all’altra, bisognose di ascoltarsi e sintonizzarsi reciprocamente.
La possibilità che questo accada precede ogni nostra iniziativa e allo stesso tempo le sollecita: è l’azione dello Spirito a cui tutti siamo affidati, come popolo di Dio in cammino.