·   "Lo Spirito Santo e Noi" - don Lorenzo Rossi   ·
Piste di meditazione sull'icona biblica per la Settimana della Chiesa mantovana 2013

1.L’icona: noi e lo Spirito, lo Spirito e noi

Inizia questa sera, con questo solenne atto di convocazione, il cammino di avvicinamento della nostra Chiesa mantovana alla celebrazione di un nuovo sinodo diocesano, la forma più alta in cui si esprime il magistero di una Chiesa locale in sintonia con il suo Vescovo. La forza prorompente di questo evento risiede nel suo carattere singolare e plurale al tempo stesso; lo conferma l’etimologia del termine – synodos – evocando l’idea di un convenire insieme , in un unico percorso, da strade diverse. “Il sinodo diocesano è l’assemblea dei sacerdoti e degli altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana” (CIC § 460); un evento plurale, dunque, in cui l’io del singolo diventa noi nel dono della comunità presieduta dal Vescovo. Nel noi risiede dunque la forza dell’evento sinodale!

L’autorevolezza di un sinodo, tuttavia, non si sostanzia esclusivamente nella libera discussione delle questioni proposte da parte dei vari membri che lo compongono. In altre parole, non basta il noi per fare un sinodo, occorre che il nostro convenire corrisponda a una chiamata che viene dall’alto. “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv 6,5): solo lo Spirito di Dio è capace di farci intraprendere un percorso per rinascere dall’alto come Chiesa; diversamente, al termine di questo itinerario, il Vescovo sottoscriverebbe dichiarazioni e decreti certamente condivisi ma affatto carnali, proiezione del nostro narcisismo.

Ecco dunque il senso del titolo scelto per la prossima settimana della Chiesa Mantovana: “Lo Spirito Santo e noi”, felice espressione desunta dagli Atti degli Apostoli, che descrive la profonda sinergia tra agire umano e divino nella prima comunità apostolica. L’espressione è impiegata per la prima volta da Pietro e dagli apostoli che, davanti ai giudei di Gerusalemme, si dichiarano, assieme allo Spirito, testimoni accreditati della risurrezione di Gesù: “Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui” (5,32). Noi e lo Spirito Santo! Ma è vero anche il contrario: per una sorta di “proprietà commutativa degli addendi” la seconda occorrenza dell’espressione in Atti presenta un’inversione tutt’altro che irrilevante. La formula è impiegata dagli apostoli, dagli anziani e da tutta la Chiesa di Gerusalemme, riuniti in assemblea per sancire quali norme della Legge mosaica debbano essere rispettate anche dai pagani ammessi a far parte della Chiesa: “È parso bene allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie” (15,28). “Noi e lo Spirito Santo… lo Spirito Santo e noi”: non sembra esserci una gerarchia tra gli agenti. I due testi evidenziano piuttosto che il risultato dell’azione descritta è il frutto di una totale sinergia tra l’attore umano e quello divino: l’agire degli uomini non si dà disgiuntamente dall’agire dello Spirito e, viceversa, l’agire dello Spirito non si dispiega prescindendo dall’agire degli uomini.

Per renderci più consapevoli di questa vitale sinergia tra lo Spirito e la Chiesa in vista del cammino sinodale, la Scrittura ci offre negli Atti degli Apostoli e, più in generale, nell’opera lucana un prezioso strumento. Accanto a Paolo, Luca è l’autore neotestamentario che parla più abbondantemente dello Spirito Santo, a tal punto che è diventato quasi un luogo comune ripetere che egli è l’evangelista dello Spirito Santo e che gli Atti degli Apostoli sono “il vangelo dello Spirito Santo”[1]. Proviamo allora a considerare alcuni aspetti della pneumatologia lucana che possano aiutarci a intraprendere il cammino verso il sinodo.

2.Lo Spirito Santo, compimento delle promesse

Iniziamo da una sommaria osservazione delle ricorrenze del termine pneuma / Spirito nel dittico lucano, espressione con cui si designa l’architettura bipartita dell’opera di Luca, comprensiva del terzo vangelo e del libro di Atti. L’opera nel suo insieme mostra una tendenziale concentrazione dell’azione dello Spirito agli inizi del ministero di Gesù, da un lato, e della Chiesa nascente, dall’altro. Ciò è osservabile in ciascuna delle due ante del dittico: delle 17 occorrenze in cui il termine si riferisce esplicitamente allo Spirito Santo, 13 si collocano nei primi quattro capitoli del vangelo (Lc 1,1-4,30; le altre si trovano in Lc 10,21; 11,13; 12,10.12). Analogamente delle 70 occorrenze del termine  pneuma / spirito in Atti, 23 si collocano nei primi sette capitoli, 18 nel ‘ciclo di Pietro’ (cc. 5-11), 15 nella narrazione relativa alla missione paolina (cc. 13-20) e soltanto 3 durante l’epilogo delle vicende di Paolo (21,4.11 e 28,25). Il numero delle ricorrenze del termine diminuisce col procedere della narrazione ed è sorprendente che lo Spirito non venga menzionato né in rapporto alla passione di Gesù, né a quella di Paolo, allorché l’Apostolo sale a Gerusalemme per essere arrestato e processato, subendo una sorte per certi versi paragonabile a quella del Maestro.

Per comprendere questa concentrazione dello Spirto agli inizi della vicenda cristologica e di quella ecclesiale va considerato lo sfondo biblico cui l’autore rimanda al principio del vangelo e di Atti. Se gli inizi del ministero di Gesù e della prima Chiesa sono carichi di tante connotazioni pneumatologiche, è perché il lettore riconosca che si sono adempiute le promesse enunciate dai profeti. “Lo Spirito del Signore è sopra di me” proclama Gesù nella sinagoga di Nazareth, parafrasando un passo del profeta Isaia (61,1) per inaugurare la propria missione. Se lo Spirito Santo è su di lui, egli è davvero il Messia atteso per gli ultimi tempi, poiché è dotato dello Spirito divino che, secondo la tradizione biblica, avrebbe costituito un tratto peculiare dell’identità messianica (cf. Is 11,2; 42,1). Contestualmente all’avvento del Messia la tradizione veterotestamentaria preannuncia anche un’effusione universale dello Spirto sul popolo di Dio ricostituito (Nm 11,29; Is 32,15a; 44,3; Ez 39,29; Gl 3,1-2). È quanto viene figurativamente rappresentato non solo con l’evento della Pentecoste (At 2) ma anche attraverso le numerose effusioni narrate nel libro di Atti che, come altrettante “pentecosti”, attestano l’elargizione dello Spirito a tutti i credenti, mostrando come al decentramento geografico dell’annuncio cristiano (cf. At 1,8) corrisponda un vero e proprio decentramento pneumatico (At 8,15-18; 10,44-45; 19,6)[2]. Se lo Spirito scende copioso non solo sui giudei ma anche su samaritani, pagani e “giovanniti” convertiti a Cristo, allora si è adempiuto quanto il Signore predisse per mezzo dei profeti, come attestano le parole di Pietro dopo Pentecoste: “Accade quello che predisse il profeta Gioele: Negli ultimi giorni – dice il Signore – Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni” (At 2,16-17).

Se Dio ha effuso il suo Spirito su ogni creatura, è dunque giunta l’ora del compimento e noi siamo nel tempo giusto per profetare, avere visioni e sognare… nel tempo giusto per vivere un sinodo! Se in quell’evento sapremo aprirci al soffio dello Spirito, noi e lo Spirito saremo capaci di autentica profezia per il futuro della nostra Chiesa e del nostro territorio; i nostri giovani avranno la saggezza degli anziani e saranno capaci di uno sguardo profondo, di ampio respiro, e gli anziani torneranno a sognare con lo slancio e la determinazione dei giovani!

3.Di lui testimoni per mezzo dello Spirito

Non è certo casuale che Luca collochi l’effusione della Pentecoste – evento teologicamente indisgiungibile dalla pasqua – dopo l’ascensione-glorificazione di Gesù: la sua risurrezione ed esaltazione segnano il momento decisivo e la condizione perché lo Spirito Santo, concentratosi su di lui durante la sua fase terrena, possa espandersi su tutta la terra. Attraverso il libro degli Atti, l’autore lucano può descrivere, meglio degli altri evangelisti, questa transizione: il suo personalissimo approccio al fenomeno cristiano – che presenta non solo le vicende del fondatore, Gesù di Nazareth, ma anche quelle dei suoi primi discepoli – gli consente una descrizione dettagliata dell’azione dello Spirito sia sul versante cristologico dell’origine sia su quello ecclesiologico della sua propagazione. Nel passaggio dalla prima alla seconda anta del dittico diventa sempre più chiaro che lo Spirito è il garante di questo “passaggio del testimone” dal Maestro ai discepoli. Al termine del vangelo Gesù promette: “Io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di forza dall’alto” (Lc 24,49); e all’inizio di Atti, poco prima di ascendere al cielo, ribadisce in modo inequivocabile: “Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e sarete di me testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). All’inizio del secondo volume dell’opera diventa chiaro che “colui che il Padre ha promesso” è lo Spirito Santo; egli è la condizione di possibilità di ogni testimonianza, giacché la forza per essere testimoni viene unicamente da lui.

Forza dallo Spirito, per essere testimoni: Spirito e testimonianza sono dunque entità indissociabili, l’uno in funzione dell’altra. Ma cosa si tratta di testimoniare? Il passaggio dal vangelo agli Atti è ancora una volta illuminate: se al termine del primo volume il Risorto dichiarava ai discepoli, riuniti attorno a lui, che avrebbero dovuto essere “testimoni di queste cose” (Lc 24,48) – per questo egli avrebbe inviato lo Spirito (v. 49) – all’inizio del secondo volume essi sono invitati a farsi testimoni non più solo di queste cose (martyres tutōn) ma di lui (mu martyres; At 1,8), di Gesù[3]! È questa la posta in gioco nel libro di Atti: se la prima anta del dittico si concentra sull’oggetto materiale – la fides quae – della testimonianza ecclesiale, Gesù Cristo e il suo evento quale oggetto della fede annunciata dalla Chiesa (Lc 24,48), la seconda anta è interamente consacrata alle modalità e ai percorsi – la fides qua – di tale testimonianza, attuati dai primi discepoli (At 1,8). Lo Spirito è dunque il promotore di un annuncio che ha per oggetto la relazione tra Gesù e i suoi discepoli: non è possibile testimoniare le cose di Dio senza vivere una relazione con lui! Ecco perché i discepoli devono essere testimoni di lui: non solo perché parleranno di lui ma anzitutto perché gli appartengono, sono suoi. È lui stesso che parla e agisce per mezzo di loro: più la loro vita è legata e conforme a quella di Gesù, tanto più essi divengono capaci di testimonianza; e lo Spirito è la forza che rende possibile questo legame, facendo della biografia del testimone un riflesso di quella di Gesù.

È questa la missione che anche noi possiamo raccogliere in vista del sinodo: la nostra Chiesa diventerà sempre più capace di testimoniare “le cose di Gesù”, se lo Spirito Santo e noi sapremo vivere e farci testimoni di una relazione autentica con il Signore Gesù. Vivendo di lui, sapremo anche parlare di lui con competenza e passione, nella consapevolezza che non si testimoniano dei concetti o delle verità astratte ma una persona; se non incontriamo lui, non saremo capaci di testimoniare lui. La prima sfida in vista del sinodo e della testimonianza cui siamo chiamati come Chiesa mantovana sta quindi nello stabilire, per mezzo dello Spirito, un’autentica relazione con il Signore Gesù.

4.Sul fondamento dei Dodici

Se lo Spirito è il dinamismo (dynamis; Lc 24,49; At 1,8) profondo che anima la testimonianza ecclesiale a partire dalla relazione col Cristo Risorto, si capisce perché l’evento della Pentecoste (At 2,1-13) assuma un ruolo decisivo nella trama di Atti: questa prima e archetipica effusione dello Spirito è a lungo preparata – lo abbiamo visto – sin dall’epilogo del vangelo e in tutto il primo capitolo del libro. Il Risorto, prima dell’ascensione, annuncia al gruppo dei discepoli l’imminente battesimo nello Spirito: “Sarete battezzati nello Spirito Santo tra non molti giorni” (At 1,5). Prima di questo evento, che rappresenta l’abilitazione a essere testimoni, occorre tuttavia che sia ricostituito il gruppo dei Dodici. Ecco perché, prima dell’evento pentecostale, si narra dell’elezione di Mattia quale sostituto di Giuda nel gruppo apostolico. Luca tende a far coincidere la cerchia dei testimoni e degli apostoli con quella dei Dodici, che sono stati ininterrottamente compagni di Gesù dal Battesimo all’Ascensione (Lc 8,2; 22,14.28): nella prima parte di Atti il vocabolario della testimonianza (martyreîn) è riservato a loro. Sono essi i testimoni oculari dell’evento fondativo e sono essi che, come rappresentanti scelti delle dodici tribù d’Israele, possono accogliere e testimoniare al popolo eletto e alla storia il compimento delle promesse rivolte a Israele. Perché adempiano la loro missione, bisogna tuttavia che il loro gruppo sia collegialmente integro e indefettibile; il posto resosi vacante con la defezione di Giuda dev’essere quindi occupato da Mattia, uno che ha le prerogative del testimone, poiché compagno di Gesù sin dall’inizio.

Con ciò si comprende quanto gli apostoli, nell’ecclesiologia lucana, siano necessari al messaggio che proclamano; senza di essi la Buona Novella non potrebbe essere proclamata e diffondersi. Per conoscere Cristo bisogna necessariamente passare attraverso la loro testimonianza, poiché essi sono collegialmente testimoni dell’evento nella sua interezza (cf. At 2,32; 3,15; 5,32; 10,39.41). Tutti coloro che verranno dopo, quindi anche noi, sono chiamati a edificare sul loro fondamento.

Anche questo è uno spunto prezioso per noi all’inizio del cammino sinodale: non edifichiamo da zero! Occorre mettere da parte la presunzione egocentrica di chi pensa di detenere in proprio la soluzione a tutti i problemi. Le risposte che cerchiamo come Chiesa andranno individuate interrogando la tradizione che ci è stata consegnata, quella con la “T” maiuscola, contenuta nel libro delle Scritture e depositaria del fondamento apostolico, e quella con la “t” minuscola, ma altrettanto sacra, in cui sono sedimentati i vissuti di quanti ci hanno preceduto nell’annuncio del Vangelo in questa nostra terra.

5.Lingue come di fuoco: lo Spirito Santo agente dell’annuncio ecclesiale

(1) Una volta che il gruppo dei Dodici è stato ricostituito come garante della continuità, tutto è pronto per la venuta dello Spirito promesso dal Risorto. L’effusione attesa giunge però improvvisamente, come evento di plenitudine: nel compiersi (symplērusthai; v. 1) del giorno di Pentecoste, tutti furono pieni (eplērōsen; v. 2) di Spirito Santo. Per quanto atteso e preparato, il dono dello Spirito, oggi come ieri, travalica le aspettative umane. Luca gioca con i verbi: si riempie la casa ove si trovano i discepoli e si riempie la festa di Pentecoste, probabilmente già divenuta al tempo di Luca commemorazione del dono della Torah al Sinai. L’autore presenta l’evento pentecostale come compimento della rivelazione di Dio al Sinai (Es 19,16-19 LXX)[4]: rumore, fuoco, voce, il coinvolgimento di tutti e stupore caratterizzano il rivelarsi sbalorditivo di Dio in entrambe le circostanze.

Anche noi possiamo vivere tutto questo se ci lasciamo raggiungere dallo Spirito: la Pentecoste si ripete ogni volta che la nostra vita trova il suo compimento, ogni volta che lo Spirito ci dona la grazia di riempire i nostri vuoti interiori e le carenze di cui soffre la casa in cui viviamo. Lo Spirito riempirà dei suoi doni la Chiesa mantovana se, ancora una volta, ci lasceremo stupire dalla sua azione imprevedibile ed eccedente, mettendo da parte i nostri schemi mentali precostituiti e asfittici.

(2) L’effusione dello Spirito si attua nella combinazione simultanea di totalità e individuazione: lingue come di fuoco raggiungono tutti, posandosi su ciascuno. Tutti (pantes) e ciascuno (ekastos): Luca ripete in modo ridondante e calcolato questi due pronomi / aggettivi. Totalità e singolarità non si escludono: la separazione delle lingue conferisce un’identità particolare a ogni discepolo ma senza separarlo dagli altri. Il singolo entra nel tutto senza perdere la sua singolarità e il tutto può assimilare il singolo senza frammentarsi.

È quello che possiamo attenderci dal sinodo, se lasciamo che sia un evento spirituale nel senso più autentico del termine: lo Spirito Santo sarà capace di promuove l’io di ciascuno e di ciascuna comunità, associazione, movimento…, senza disgregarlo dal noi, che sono tutte le realtà di cui è composta la comunità diocesana presieduta dal Vescovo. Lo Spirito ci tutela sia dalle logiche di massa, sia da ogni fuga individualistica, due opposte derive che caratterizzano il nostro tempo.

(3) La seconda parte del racconto (vv. 5-13) descrive il passaggio dall’interno della casa, ove è radunato un gruppo sostanzialmente di galilei (cf. v. 7), all’esterno, ove si trova una folla cosmopolita; lo Spirito sospinge i discepoli in città e li rende capaci di parlare altre lingue e di farsi intendere da ciascuno. Luca gioca con il significato polisemico delle parole: lo Spirito, posatosi sui discepoli con lingue come di fuoco, dona loro la capacità di un discorso ispirato in altre lingue. Ancora una volta, nella complessità del fenomeno, si coglie l’osmosi tra totalità e individuazione: da un lato, tutti i discepoli iniziano a parlare in altre lingue (v. 4); dall’altro, ciascuno dei presenti, li ode esprimersi nella sua lingua (vv. 6.8). L’effusione della Pentecoste non solo rende i discepoli capaci di uscire da sé e di esprimersi, facendosi comprendere da chi parla un idioma diverso, ma consente anche agli ascoltatori di capire chi non parla la loro lingua. È un evento comunicativo che attiva sia il locutore sia il destinatario della comunicazione.

Un sinodo è un evento eminentemente comunicativo, in cui la Chiesa locale nelle sue diverse compagini cerca di confrontarsi in forma assembleare, per trovare nuovo slancio missionario e capacità di dialogo anche con quelle realtà della “città degli uomini” che parlano una lingua diversa dalla sua. Il fuoco dello Spirito può donare anche a noi lingue “di fuoco”, capaci di parole ispirate e incisive, che ci consentano un confronto autentico con l’altro, imparando la sua “lingua” e trovando il modo di farci ascoltare da lui. Ha scritto papa Francesco ai vescovi argentini che “una Chiesa che non esce fuori da se stessa, presto o tardi, si ammala nell’atmosfera viziata delle stanze in cui è rinchiusa” e ancora che “la malattia tipica della Chiesa è l’autoreferenzialità, guardare a sé stessi, ripiegati su sé stessi… una specie di narcisismo che ci porta alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato”[5]. La Chiesa fatica, talvolta, a parlare, a farsi veramente capire, altre volte fatica ad ascoltare. L’azione dello Spirito c’impone di non aspettare che sia l’altro a parlare la nostra lingua, per capirci; va quindi trovato il modo di compiere il primo passo! Ciò di cui, in una certa misura, disponiamo e di cui possiamo decidere non è la vita dell’altro ma la nostra; solo attuando in noi quelle scelte necessarie per avvicinarci a lui, possiamo sperare che cambi anche la sua capacità di ascolto e di comprensione, di modo che, nello Spirito, le parole che diciamo – forse non tanto diverse da quelle che abbiamo sempre pronunciato – diventino finalmente comprensibili a chi non le ha mai potute o volute udire! Solo lo Spirito può renderci capaci di comunicare, superando la tentazione dell’isolamento particolaristico, da un lato, e dell’omologazione fusionale dall’altro. Tutti e ciascuno, consapevoli della propria identità ma in grado di condividerla… sapendo portare anche il peso della frustrazione: qualcuno scambierà sempre l’ebbrezza dello Spirito per una triviale sbornia (v. 13)!

6.Lo Spirito Santo attore del discernimento ecclesiale

Questa duplice tensione dello Spirito ad intra e ad extra si osserva in diverse pagine degli Atti, ove figura come attore del discernimento interno alla comunità e, al di fuori di essa, come operatore di segni che richiedono ulteriormente il discernimento ecclesiale.

(1) Lo Spirito Santo è elemento distintivo di quanti nella Chiesa sono scelti per incarichi particolari, come i sette uomini di buona reputazione eletti per il servizio delle mense (6,3.5). Nella comunità di Antiochia esso interviene per scegliere e inviare in missione Barnaba e Saulo (13,2.4) che, per mandato dello Spirito, intraprendono il primo viaggio missionario in cui il Vangelo è annunciato su larga scala anche ai pagani. Lo Spirito, come abbiamo visto, è pure protagonista dell’assemblea di Gerusalemme nella demarcazione delle norme della Legge da imporre ai pagani convertiti (15,28). Dirottando il cammino di Paolo verso l’Europa e impedendogli di recarsi in Bitinia, esso dirige l’itinerario di propagazione del Vangelo (16,6-7). In Atti si osserva una sollecitazione continua dello Spirito nei confronti della Chiesa a varcare i propri confini, per aprirsi a orizzonti inauditi di manifestazione della presenza di Dio. È il caso dell’incontro, propiziato dallo Spirito, tra Filippo e l’eunuco etiope (8,29.39) e di quello tra Pietro e il pagano Cornelio (c. 10).

(2) Quest’ultimo racconto mostra una singolare dinamica d’azione dello Spirito nella narrazione del tortuoso itinerario fisico – da Giaffa a Cesarea – e mentale – oltre i pregiudizi e i tabù che impongono una rigida separazione – verso l’incontro tra due mondi contrapposti, localmente e culturalmente separati: gli etnico-cristiani rappresentati dal centurione Cornelio e i giudeo-cristiani impersonati da Pietro.

Tutto si apre con una doppia visione: a uno sconosciuto pagano di nome Cornelio appare un angelo del Signore, annunciandogli che le sue preghiere sono state esaudite da Dio e invitandolo a far chiamare Pietro in casa sua (vv. 1-8). A questa prima visione ne segue un’altra, destinata al credente Pietro, in cui viene prefigurato il senso del suo itinerario verso Cesarea (vv. 9-16): per tre volte una voce divina gli comanda di consumare un pasto proibito – costituito da animali impuri – calato dal cielo su di una grande tovaglia, ed egli per tre volte rifiuta. Dio sta notificando all’apostolo che c’è un pregiudizio da rimuovere perché la Chiesa approfitti di una grande opportunità di crescita, ma egli non comprende; ai suoi occhi appare esorbitante la richiesta celeste, che lo invita a rinnegare il sistema di valori inculcatogli nel rispetto della purità cultuale prescritta dalla Legge mosaica. La spiegazione della voce celeste – “ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano” (v. 15) – non gli serve a nulla, se non ad accettare l’invito del centurione a recarsi a Cesarea (v. 28).

Per il resto (vv. 17-33) sembra che la perplessità di Pietro aumenti anziché diminuire. La voce dello Spirito (vv. 19-20) gli ordina di seguire due uomini che stanno per presentarsi a lui, senza sapere da dove vengono, né dove vanno; questi gli forniscono informazioni su Cornelio ma nulla circa le ragioni per cui Pietro deve recarsi a Cesarea. Egli domanda: “Per quale motivo siete venuti?” (v. 21). E quelli: “Il centurione Cornelio… è stato avvertito da un angelo d’inviarti nella sua casa, per ascoltare ciò che hai da dirgli” (v. 22). Gli emissari danno per scontato che Pietro abbia qualcosa da trasmettere al centurione ma lo Spirito non gli ha affidato alcun messaggio. Esso non si sostituisce a Pietro: sta a lui prendere l’iniziativa e capire cosa deve dire. Giunto in casa di Cornelio, l’apostolo domanda ancora una volta perché lo abbiano mandato a chiamare (v. 29) ma non riceve risposta.

Costretto a prende la parola, inizia a raccontare le vicende di Gesù di Nazareth (vv. 34-43). Sembra quasi che stia tergiversando: è solo per questo che lo Spirito l’ha inviato dal centurione senza esitare? Nel crescendo del suo discorso su Gesù, giunto a dire che “chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati” (v. 43), Pietro finalmente apprende dallo Spirito la ragione per cui è in quella casa: è lì perché quei pagani siano battezzati e aggregati alla Chiesa (vv. 44-48). Lo Spirito, spontaneamente, senza essere invocato, scende su di loro; Pietro deve costatare il rinnovarsi della Pentecoste per un gruppo di non-circoncisi. Lo Spirito, agendo in modo imprevedibile, apre i suoi occhi al nuovo corso delle vie di Dio, indicandogli cosa dire e fare e svelandogli il senso profondo della visione ricevuta a Giaffa. Forse risuonano ancora in lui le parole di Gesù: “Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come difendervi o di cosa dire, perché lo Spirito Santo v’insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,11-12). Pietro è stato convocato alla presenza di un autorevole centurione e, sebbene non sia sotto processo come in altre circostanze, si trova nell’imbarazzo di non sapere che cosa dire ma lo Spirito non manca di suggerirgli parole e gesti da compiere in quel frangente.

Questa pagina di Atti mette a fuoco una delle più complesse operazioni nel cammino di fede: la capacità di riconoscere l’agire dello Spirito nella storia, discernendo i piani di Dio[6]. Se è vero che lo Spirito agisce e promuove il cammino della Chiesa dall’interno, è altrettanto vero che esso agisce anche al di fuori di essa, affinché la Chiesa riconosca – per mezzo dello Spirito – i segni della sua presenza. In questo senso il cammino sinodale può aiutare anche noi ad accogliere le sfide che Dio ci propone, perché mettiamo da parte schemi precostituiti e pregiudizi, accettando d’incontrare e dialogare con realtà che, pur con le loro obiettive inconsistenze, forse non sono così estranee e impermeabili al Vangelo; gli esempi potrebbero essere molteplici… dal mondo giovanile a quello della cultura e dell’immigrazione! In fondo è la grande lezione del Concilio Ecumenico Vaticano II, apertosi cinquant’anni fa per mostrare al mondo il volto di una Chiesa capace di cogliere le sfide inaudite che Dio pone sul suo cammino.

7.Lo Spirito Santo tutore della comunità

Dinamiche analoghe si osservano anche sul versante della testimonianza ecclesiale: come si è visto, a partire da Pentecoste lo Spirito Santo suscita nella comunità la forza della testimonianza; esso agisce non solo come propulsore ma anche come tutore della credibilità e dell’efficacia dell’annuncio ecclesiale. Ogni volta che la corsa della Parola subisce una battuta d’arresto, a causa di ostacoli interni o esterni alla comunità, e qualcosa o qualcuno si oppone alla forza dello Spirito, Dio interviene sistematicamente per superare l’impasse e implementare il cammino di propagazione del Vangelo.

Lo attestano con grande plasticità i tre racconti di liberazione miracolosa dal carcere narrati nel libro (5,17-42; 12,1-19; 16,11-40; cf. 4,1-22): gli annunciatori del Vangelo vengono a trovarsi in situazioni senza via d’uscita, in cui è compromesso il loro slancio missionario. Ogni volta Dio interviene per liberali. La portata della loro scarcerazione va ben oltre l’ottenimento della salvezza, come dimostra il racconto di At 5,17-42, ove è chiaro che gli apostoli, imprigionati per volontà del sommo sacerdote, sono liberati da un angelo, perché tornino ad annunciare il Vangelo. Scoperta la loro assenza, vengono sorpresi a predicare nel tempio e condotti al cospetto del sinedrio che li invita a giustificarsi sulle ragioni per cui hanno infranto il divieto d’insegnare nel nome di Gesù (cf. 4,17-18). Pietro, insieme agli altri, risponde che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (v. 29). Gli apostoli non possono tacere, poiché devono obbedire a un comando divino: “Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo” (v. 32). Nulla e nessuno può pertanto ostacolare questa testimonianza, né gli apostoli con il loro pavido silenzio, né le autorità imponendo loro di tacere. L’audacia-parresia con cui essi continuano a proclamare il Vangelo è segno tangibile dell’azione dello Spirito: già al c. 4 Pietro replica al sinedrio pieno di Spirito Santo e l’audacia sua e di Giovanni lascia stupefatti (4,8.13). In seguito tutta la comunità chiede a Dio la medesima franchezza-parresia e “tutti sono riempiti di Spirito Santo e annunziano la parola di Dio con audacia” (4,29.31). Questa santa impudenza non abbandonerà gli araldi del vangelo: essi continueranno a parlare liberamente, perché mossi dallo Spirito. Chi si oppone a loro, rischia d’ingaggiare un combattimento contro Dio, come suggeriscono le parole che Gamaliele, membro del sinedrio, pronuncia per invitare i suoi compagni a rilasciare gli apostoli. A suo giudizio, la sbalorditiva liberazione dei prigionieri può attestare l’origine divina della loro missione: in seguito all’accaduto, egli richiama la necessità di un discernimento; il problema fondamentale è di riconoscere se Dio è all’opera nelle vicende e nelle parole degli apostoli, perché non ci si trovi a “combattere contro Dio” (v. 39). Dalla bocca di un avversario esce il criterio per giudicare l’operato degli apostoli: “se esso viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli!”. È quanto appare con chiarezza dal seguito della narrazione. La forza dello Spirito prevale su ogni agente avverso, dentro e fuori la Chiesa.

E noi, come Chiesa, quando sono in gioco i nostri interessi, soprattutto economici, o la nostra buona fama, preferiamo obbedire a Dio o agli uomini? Siamo capaci d’audacia, quando c’è chiesto di sottrarci alle logiche di massa? E siamo consapevoli che, presto o tardi, i nostri progetti e stili di vita sono destinati a fallire e a farci naufragare, se in antitesi con quelli di Dio? Anche su questo dovremo riflettere al Sinodo con l’aiuto dello Spirito. Due episodi emblematici al riguardo sono le vicende di Anania e Saffira (5,1-11) e del mago Elimas (13,4-12). Attraverso di essi Luca, più che suscitare timore per la potenza divina, intende mostrare come Dio sia in grado di eliminare gli ostacoli che si oppongono al cammino di propagazione della Parola.

 (1) Con l’episodio di Anania e Saffira viene drammaticamente rappresentato l’abbattersi del giudizio di Dio su due membri della Chiesa, che con la propria menzogna si sono resi strumento di Satana a danno dello Spirito (vv. 3.9) e hanno compromesso l’unità della comunità, descritta nel sommario di At 4,32-37: “la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (v. 32). Trattenendo per sé parte del ricavato della vendita di un terreno, la coppia ha minato alle radici l’integrità della testimonianza ecclesiale: a causa loro la comunità non è più “un cuor solo e un’anima sola” e non può più rendere con forza la propria testimonianza in favore della risurrezione (cf. 4,31-32). Il peccato di Anania e Saffira rappresenta quindi una minaccia per l’efficacia missionaria della Chiesa; per questo Dio interviene a tutela della comunità, liberandola da ciò che la pone in pericolo[7].

Osservando l’uso sapiente dei verbi, si nota che Anania giunge alla menzogna nei confronti dello Spirito, perché Satana ha riempito il suo cuore (eplērōsen; v. 3); è l’antitesi della Pentecoste e di quanto si verifica nella comunità ogni volta che essa riesce ad annunziare con incisività il Vangelo. Il lettore ne ha appena avuto conferma al v. 31: i discepoli “furono tutti pieni (e˙plh/sqhsan / eplēsthēsan;) di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza”. Ci sono due ordini di pienezza che si contrappongono e si escludono: uno è opera dello Spirito e conduce ad annunciare con forza la Parola; l’altro è opera di Satana e usurpa l’azione dello Spirito, conducendo l’uomo a conservare “una parte” per sé, a tutela della propria autonomia e nella sfiducia della provvidenza divina[8]. Al riguardo è suggestivo il verbo impiegato per descrivere la morte della coppia (ekpsychō): ciascuno dei due cade a terra spirando improvvisamente, quasi a corto di respiro (vv. 5.10). L’autore vuol forse rappresentare icasticamente il venir meno del soffio dello Spirito come causa della morte dei personaggi. È inoltre possibile che questo “svuotamento” della presenza dello Spirito in loro alluda al misterioso peccato contro lo Spirito di fronte al quale Gesù mette in guardia i suoi discepoli nel vangelo: “Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato” (Lc 12,10). La complicità dell’uomo, d’accordo con sua moglie nel compiere questo peccato contro lo Spirito (vv. 2.9; cf. 1.2.9), richiama alla memoria la collusione della coppia originale che, istigata dal serpente, ha fatto lega contro Dio. La frode di Anania e Saffira rappresenterebbe come il duplicato del peccato originale di Adamo ed Eva, costituendo la prima crisi “interiore”, superata per intervento di Dio, nella storia del cristianesimo delle origini [9].

(2) Un simile atteggiamento di custodia e di difesa da parte dello Spirito nei confronti dell’opera evangelizzatrice della comunità si osserva anche dinanzi a quegli ostacoli che minacciano dall’esterno la corsa della Parola. È il caso, tra gli altri, dell’opposizione di un tale Elimas, mago e profeta giudeo al seguito del proconsole Sergio Paolo, durante il primo viaggio missionario di Barnaba e Paolo in Asia Minore. Inviati dalla Spirito per l’imposizione delle mani della comunità di Antiochia (13,1-4), i due apostoli, giunti a Cipro, annunciano la Parola, suscitando l’interesse del proconsole; ma Elimas si oppone alla loro predicazione. Allora Paolo, “pieno di Spirito Santo” (plēstheis; v. 9) apostrofa il personaggio, rimproverandolo di essere “pieno (plērēs) di ogni frode e di ogni malizia”; definendolo “figlio del diavolo”, lo accusa di “sconvolgere le vie diritte del Signore” (v. 10). Ancora una volta la pienezza dello Spirito si oppone alla contro-plenitudine del male ma Dio, provvidenzialmente, volge la resistenza di Elimas in occasione di crescita per la Chiesa: improvvisamente la mano del Signore è su di lui rendendolo cieco per un po’ di tempo; ciò suscita la fede del proconsole che, vedendo l’accaduto, resta colpito dall’insegnamento del Signore.

In ciò si osserva il paradigma lucano dell’insuccesso provvidenziale, in base al quale alcuni fallimenti subiti dai testimoni del Vangelo promuovono accidentalmente l’estensione del campo missionario, consentendo l’inarrestabile propagazione della Parola. Esempio emblematico di tale fenomeno è la persecuzione intentata contro la comunità gerosolimitana, dopo il martirio di Stefano, che ha effetti inattesi e positivi sul cammino di propagazione della Parola (At 8,1-4). Non si tratta di una teologia trionfalistica della gloria, che propugna la rivincita finale di Dio come superamento estrinseco della croce e delle sconfitte subite dagli araldi del Vangelo. La via del successo non è un itinerario che scavalca la croce, ma una “via crucis” che si apre alla salvezza non nonostante le disavventure messe in serbo dalla sorte ma proprio per mezzo di esse. Il Sinodo può diventare anche per noi l’occasione per osservare queste dinamiche in atto nei vissuti della nostra Chiesa locale, obbligata per ragioni congiunturali a un radicale e doloroso riassetto, non solo organizzativo, dietro il quale può celarsi imprevedibilmente l’iniziativa di Dio che si serve anche delle nostre sciagure per incrementare la corsa della sua Parola.

8.Spirito e testimonianza martiriale

L’ultimo significativo atto dello Spirito nel libro Atti è un’azione simbolica alla maniera dei profeti: per bocca del profeta Agabo, lo Spirito notifica all’apostolo il destino di persecuzione cui va incontro, portando a compimento la salita verso Gerusalemme, come il suo Signore (At 19,21; Lc 9,51). Giunto a Cesarea, ormai a un passo dalla città santa, Paolo è raggiunto da questo profeta sceso dalla Giudea che, presa la cintura dell’apostolo, si lega piedi e mani e afferma: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo cui appartiene questa cintura sarà legato così dai giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato nelle mani dei pagani” (At 21,11). Poco prima, a Tiro, lo Spirito gli preconizzava una simile sorte per mezzo dei discepoli di quella città che, “mossi dallo Spirito, raccomandavano a Paolo di non andare a Gerusalemme” (21,4). Ma l’apostolo sceglie di proseguire il suo cammino, senza tirarsi indietro, come Gesù, e risponde ad Agabo di essere pronto alla morte, pur di compiere la volontà di Dio (21,13-14). Dinanzi a tanta determinazione e non riuscendo a dissuaderlo dal proposito di recarsi a Gerusalemme, i suoi compagni esclamano rassegnati: “Sia fatta la volontà del Signore!” (21,14). Paolo vive la sua passione al pari del Maestro, nella precarietà e nell’obbedienza, e affronta il suo destino mostrando la fermezza di Gesù. Anche per lui viene più volte preannunciato un destino di sofferenza cui egli non si sottrae (Lc 9,22.44; 12,50; 13,33; 17,25; 18,31-33) sino alla decisione ultimativa, durante l’agonia sul monte degli Ulivi, di bere il calice della passione, compiendo la volontà del Padre: “Non sia fatta la mia ma la tua volontà” (Lc 22,42).

Strano l’agire dello Spirito nei confronti di Paolo: lo mette in guardia di fronte alla sua sorte e al tempo stesso lo spinge verso di essa. Ciò che ai suoi compagni appare come un avvertimento a non proseguire l’itinerario verso Gerusalemme (21,4.12), ai suoi occhi è uno stimolo ad andare avanti (21,5-6.13), poiché conferma ciò che lo Spirito gli attesta sin dall’inizio del viaggio (20,23). Poco prima di partire, accommiatandosi dagli anziani di Efeso radunati nella città di Mileto, Paolo attesta di salire a Gerusalemme avvinto e incatenato dallo Spirito, quindi sotto la sua azione (20,22). Sin dall’inizio egli è cosciente, nello Spirito, della pericolosità del viaggio e lo manifesta dichiarando agli anziani il destino fatale cui va incontro: “so che non vedrete più il mio volto” (vv. 23-25). Si notino i richiami lessicali tra le parole con cui Paolo a Mileto preannuncia il proprio destino di obbedienza allo Spirito e quelle con cui lo Spirito, per mezzo di Agabo, gli preconizza l’imminente cattura: il lasciarsi incatenare-imprigionare dallo Spirito (20,22) coincide per Paolo con l’accettazione di un destino di prigionia (21,10-13).

Sebbene lo Spirito a partire da At 21,11 non venga più menzionato come attore nella trama dell’opera, bisogna dedurre dalle parole di Paolo a Mileto che egli s’incammini verso la sua passione sotto l’influsso del Paraclito. È quindi lo Spirito il promotore di quell’itinerario di configurazione dell’apostolo al Maestro che Luca descrive negli ultimi capitoli dell’opera e che fa di lui un autentico testimone (cc. 20-28). Qualcosa di analogo è descritto anche per Stefano: pieno di Spirito Santo, egli muore come il suo Signore, fuori della città, abbandonandosi a Dio e perdonando i suoi carnefici, giacché Luca modella il racconto del suo martirio su quello della morte di Gesù (7,55-60; cf. 7,51). Ma è soprattutto a Paolo che Luca concede di annunciare la Parola attraverso la propria vita: allo stesso modo in cui sussiste una corrispondenza tra il ministero pubblico di Gesù e quello di Paolo, così pure tra la passione di ciascuno dei due. Evidenti sono i richiami non solo nel cammino di salita verso Gerusalemme, ma anche tra le dinamiche processuali e il trattamento riservato a Gesù e le azioni giudiziarie intentate contro l’apostolo. La simmetria più evidente si riscontra nelle scene di processo che occupano i capitoli finali di ciascun’anta del dittico. Sia Paolo, sia Gesù sono chiamati a discolparsi davanti a quattro istanze di giudizio: la folla di Gerusalemme, il sinedrio, l’autorità romana e quella regia giudaica. Gesù compare prima davanti al sinedrio (Lc 22,66-71), poi dinanzi a Pilato (Lc 23,1-5), quindi al cospetto del re Erode (Lc 23,6-12) e infine davanti al popolo convocato da Pilato (Lc 23,13-25). Paolo è accusato prima dalla folla dei giudei presso il tempio (At 21,27–22,29), poi si presenta davanti al sinedrio (At 23,1-10), quindi dinanzi al governatore Felice (At 24,1-23) e al suo successore Festo (At 25,6-12), e infine al cospetto del re Agrippa (At 25,23–26,32). È lo Spirito che consente a Paolo questa fedeltà al Maestro: è lui, come preannunciato all’inizio dell’opera (At 1,8), che sostiene con la sua forza la fragilità di quanti devono testimoniare davanti ad autorità che li minacciano e non esitano a perseguitarli (cf. Lc 12,11-12; 21,12-19).

Attraverso la sua passione Paolo è divenuto un vero testimone del Signore, perché la vita l’ha portato a identificarsi con lui: in lui rifiutato, Cristo stesso è rifiutato, come lo era in quei cristiani che opprimeva prima della conversione (At 9,1-4; 22,4-7; 26,9-14)[10]. “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”, gli chiede il Signore sulla via di Damasco, identificandosi con coloro che sono braccati da lui. Lo stesso fa, rispondendo alla domanda dell’apostolo circa la sua identità: “Chi sei, signore?”. E il Signore gli risponde: “Io sono Gesù, che tu perseguiti”. Divenendo cristiano, Paolo è entrato a far parte della cerchia dei perseguitati a causa del nome di Cristo, permettendo al suo Signore d’identificarsi con lui. La configurazione a Cristo è per Luca una vera e propria identificazione al mistero della sua passione, che abilita a partecipare della sua risurrezione.

Questa conformazione di Paolo al suo Signore, attuata per mezzo dello Spirito, costituisce per lui un’autenticazione del suo ministero; è così che l’apostolo diviene testimone al pari dei Dodici. Inizialmente egli non viene annoverato tra i testimoni del Risorto: come abbiamo sottolineato, essi sono esclusivamente il gruppo salito con Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, cui appartengono i Dodici (At 13,31-32). Soltanto alla fine del suo itinerario – durante la sua passione – anche Paolo riceve dal Signore la qualifica di testimone, giacché, come gli altri apostoli, rende testimonianza al Risorto in forza della sua configurazione a Cristo che, mentre egli si trova in catene, lo rassicura: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (At 23,11; cf. 22,15.18; 26,16; cf. 18,5; 20,21.24; 26,22). L’ultima attestazione dell’opera testimoniale di Paolo si trova alla fine del libro, quasi a ratificare l’itinerario di accreditamento dell’apostolo, compiutosi per mezzo del suo travagliato viaggio fino a Roma: il narratore dichiara solennemente che Paolo, giunto a Roma, espone accuratamente ai giudei, dal mattino alla sera, il Regno di Dio e cerca di convincerli riguardo a Gesù, rendendo testimonianza (diamartyromenos; At 28,23). Pietro e i Dodici non necessitano di quest’autenticazione: essi sono stati personalmente prescelti da Gesù (Lc 5,1-11; 6,12-16) e sono compatibili con i requisiti notificati in occasione dell’elezione di Mattia, essendo testimoni oculari dal battesimo all’ascensione (At 1,21-22). Paolo, al contrario, ha bisogno di una legittimazione e se la “guadagna” con una graduale assimilazione al Maestro: il travaglio della sua passione lo rende a lui conforme, accreditandolo come testimone. I primi sono portatori di una testimonianza oculare, che indubbiamente implica anche un’esistenza conforme a colui che annunciano. Tale testimonianza è indirizzata anzitutto al popolo d’Israele (At 13,31; cf. 5,12; 10,42). Il secondo è testimone soprattutto perché vive un’esistenza fedele e conforme a quella del Maestro. La sua testimonianza, a differenza di quella dei Dodici, è indistintamente rivolta a ogni uomo (At 22,15; cf. 18,4; 19,10; 20,21; 26,23). È quindi per mezzo di Paolo e di tutti coloro che, dopo i Dodici, hanno testimoniato come lui il Vangelo con la propria vita che si avverano le parole di Gesù, e gli apostoli divengono testimoni, non solo a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, ma sino agli estremi confini della terra (At 1,8).

Se Paolo diviene testimone soprattutto attraverso il travaglio della sua passione, ciò significa che ogni discepolo può essere testimone come lui, vivendo una vita conforme a quella del Maestro e attraversando le prove come lui le ha affrontate. Guardando all’itinerario di Paolo, il lettore può riconoscere che anche per lui è possibile una testimonianza analoga a quella dell’apostolo, pur non potendo vantare una conoscenza diretta di Gesù come quella dei Dodici. Nello Spirito tutta la sua vita può farsi testimonianza in favore di Cristo e, nelle prove che gli è dato di vivere, può diventare sempre più simile a lui. Il discepolo non testimonierà, come Pietro e i Dodici, da testimone oculare, ma lo farà alla maniera di Paolo: lasciando che la sua vita si modelli su quella del Cristo. Additando l’apostolo come discepolo esemplare, il narratore esorta il lettore a imitarlo, per essere come il suo Signore e rendergli una testimonianza adeguata. La testimonianza di Pietro e dei Dodici deve rimanere il riferimento imprescindibile e insostituibile di ogni annuncio; tuttavia, essa resterebbe insignificante e inefficace se, fino alla fine dei tempi, non ci fossero dei discepoli che, come Paolo e il lettore dell’opera lucana, possano testimoniare in qualità di “alter Christus” un incontro personale con il Signore Gesù.

Il cammino che ci condurrà al Sinodo può far crescere anche in noi la consapevolezza di questa chiamata: per farsi testimone della Parola, la nostra Chiesa non può sottrarsi all’invito dello Spirito che, in ogni tempo, chiama i credenti a lasciarsi avvincere dal suo soffio, per salire a Gerusalemme e vivere il proprio itinerario di conformazione a Cristo crocifisso e risorto. Lo Spirito convoca anche noi “a Gerusalemme”, perché noi e lo Spirito Santo ci raduniamo a convegno, come la Chiesa delle origini (At 15,2), e dirimiamo le questioni più scottanti che ci affliggono e ci preoccupano (cf. At 15); e nondimeno ci sospinge “verso Gerusalemme” per rivivere nella nostra carne la pasqua del Signore. Per quanto efficaci possano essere le strategie di annuncio e di testimonianza del Vangelo che emergeranno dall’assemblea sinodale, mai potrà darsi valida testimonianza prescindendo da un annuncio che sia anzitutto “biografico”, implicando nell’atto testimoniale la vita del testimone e la sua configurazione alla pasqua di Gesù. Anche noi siamo chiamati a diventare testimoni come Paolo: annunceremo il Vangelo, appreso per bocca degli apostoli e per mezzo delle Scritture, testimoniandolo con una parola e con una vita, che facciano da eco alle parole e alla vita di Gesù. È solo così che la nostra esistenza trova la sua autenticità: nel conformarsi all’archetipo cristologico, essa s’invera per apparire vera anche ai fratelli!

 

[1] Cf. G. C. Bottini, Introduzione all’opera di Luca: aspetti teologici (Jerusalem 1992) 139.

[2] Cf. A. Barbi, “La narrazione della Pentecoste e le altre ‘Pentecosti’”, PV 28 (1983) 106-123.

[3] Cf. J. N. Aletti, Il racconto come teologia: studio narrativo del terzo Vangelo e del libro degli Atti degli Apostoli (Roma 1996) 18-19.

[4] Cf. D. Marguerat, Gli Atti degli Apostoli 1. At 1-12 (Bologna 2011) 79-83.

[5] Francesco, Lettera ai partecipanti alla 105ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Argentina (25 marzo 2013).

[6] Cf. Aletti, Il racconto, 51-56.

[7] Cf. Marguerat, La prima storia del cristianesimo. Gli Atti degli apostoli (Cinisello Balsamo (MI) 2002), 158-184.

[8] Cf. Marguerat, Gli Atti, 196-197.

[9] Cf. Marguerat, La prima storia, 178-182.

[10] Cf. Aletti, Il racconto, 31.