·   Omelia nella Celebrazione di Apertura del Sinodo diocesano - 14.9.2014 - S.E. Mons. Roberto Busti   ·
S.E. Mons. Roberto Busti

Il mio pensiero riconoscente va anzitutto a Papa Francesco! Il suo messaggio di benedizione e incoraggiamento ci conferma nella nostra fatica e ci sprona a partecipare con lui al Sinodo straordinario della Chiesa cattolica del prossimo ottobre a Roma, che ha per tema l’argomento più attuale e delicato della vita umana e cristiana: la famiglia.

Il nostro Sinodo, più piccolo ma non meno importante per la Chiesa Mantovana, riceve dal Papa l’aiuto a sentirci parte di coloro che, in questo mondo e in questo tempo, si sentono chiamati a offrire a tutti il dono che hanno ricevuto senza merito alcuno: la coscienza gioiosa di essere amati da Dio e mandati a manifestare il volto di Gesù, il fratello che apre alla nostra esistenza l’orizzonte della vita senza limiti di tempo e di felicità.

La mia sentita riconoscenza va pure, in questo momento unico e solenne, alle persone che rappresentano le Istituzioni civili e militari del nostro territorio. Sono tra noi non tanto a titolo di rappresentanza ufficiale, ma di amicizia e simpatia che esprimono la comune tensione condivisa e perseguita dalla comunità cristiana, di operare insieme per il bene della nostra gente, della nostra Città e dell’intera Comunità mantovana.

 Il medesimo grazie ai Sindaci del nostro territorio, le prime autorità locali con le quali la Comunità cristiana vive dentro il tessuto civile con il desiderio, la volontà e gli strumenti adatti ad affrontare concretamente, fianco a fianco, le difficoltà materiali e sociali che da troppo tempo non cessano di affaticare e talora di mettere in pericolo la serenità necessaria delle famiglie e la speranza di un avvenire migliore per i figli e i nipoti.

A tutti il rispetto deferente e sincero, memori di quanto l’apostolo Paolo insegna ai cristiani di Roma: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. … I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male… Perciò è necessario stare sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” (cf Rm 13,1-7). La vostra presenza qui non è dunque una benevola condiscendenza o un reciproco favore in nome del buon vicinato: per noi è un fatto di Chiesa, consapevoli che “non c’è autorità se non da Dio “ (ib): per questo dev’essere sempre esercitata con onesta coscienza al servizio di tutti. La nostra preghiera, oggi, desidera avvolgere anche voi, con le vostre numerose difficoltà quotidiane, insieme alle vostre famiglie e ai vostri cari.

Ma non posso esimermi dall’accogliere in un grande, affettuoso abbraccio tutto il popolo di Dio che segna con la propria fede la nostra storia e questi luoghi, e ha accettato di coinvolgersi concretamente in questa avventura. Avventura vissuta anzitutto nella preghiera, che riconduce tutti alla fonte e alle finalità del nostro sforzo e anche nei piccoli, ma numerosi gruppi sinodali, la cui importanza è tutt’altro che piccola. Saluto con particolare affetto i sacerdoti che condividono con voi gioie e dolori, ansie e speranze, soddisfazioni e sconfitte quotidiane; anche i fidei donum dal Brasile ci sono vicini e la missione di Lare è qui presente al completo; saluto i diaconi, le Religiose/i e le persone consacrate che condividono la nostra carità pastorale; le famiglie, le ragazze e i giovani che accompagnano con impegno, continuità e passione le responsabilità educative delle parrocchie o delle varie associazioni, e soprattutto voi, che avete accettato con generosità il non lieve impegno di dedicarvi come “sinodali” al lavoro di discernimento, di confronto e di scelte che, spero, ci offrirà la possibilità di scoprire sempre meglio dove si manifesta e anche dove si cela il volto del nostro Salvatore. Soprattutto a voi è chiesta l’acribia e la parresia necessarie per essere attenti a un duplice ascolto: quello alla Parola di Dio che salva e quello alla parola dell’uomo che ricerca il senso del proprio cammino. Saluto anche coloro che sono collegati con noi attraverso la TV, la radio o in streaming: tutti insieme, ora, invocheremo lo Spirito del Risorto sul pane e sul vino, cibo e bevanda di vita che illumina e accompagna la nostra vita, che dall’Eucaristia trae la sua origine e la sua forza.

Certamente Nicodemo ricordava benissimo l’episodio letto dal libro dei Numeri, quando la contestazione del popolo, stanco di essere costretto a vivere mangiando esclusivamente la manna, si trasforma in mancanza di fiducia totale verso Mosè e quindi verso Dio: “perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto?”. Sicuramente, in quella indimenticabile notte di struggente colloquio con il maestro venuto da Dio che compiva segni evidenti della presenza divina in lui, Nicodemo non ha minimamente immaginato di doverlo contemplare davvero “innalzato come il serpente nel deserto”. Eppure –gli dice Gesù con assoluta sicurezza- “bisogna che sia innalzato così il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. E sarà proprio lui, con Giuseppe d’Arimatea, a calarlo, morto, dalla croce, a spalmarlo di oli aromatici e ad avvolgerlo in bende “com’è usanza seppellire per i Giudei”. A differenza dei Greci, Nicodemo è riuscito non solo a vedere Gesù ma a parlargli a lungo. Tuttavia il suo percorso di fede, come quello di ogni discepolo, deve giungere a contemplare quella morte sul patibolo, per poter credere poi di rinascere dall’alto, avere cioè la certezza che chiunque crede in lui non muore, ma ha la vita eterna.

Il desiderio dei Greci, che abbiamo fatto nostro, si compie dunque nell’avere il cuore aperto alla rivelazione di un Dio che “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Solo dopo quel passaggio si può proclamare: Gesù Cristo è Signore!, è il Risorto padrone di quella vita che ormai vuole e può donare a tutti coloro che si affidano, come lui, al disegno del Padre.

Qui, perciò, sta la grande domanda: la nostra Chiesa, ciascuno di noi, a cominciare da me, offre testimonianza visibile di fede concreta, capace di manifestare il volto del Dio che tutti ci ama in Gesù e come Gesù?

Vorrei allora cercare di rispondere a due domande:

come vedo il Sinodo diocesano?

quali gli atteggiamenti con cui viverlo, già indicati nel motto che abbiamo scelto: “vogliamo vedere Gesù!”?

1. Come vedo il Sinodo diocesano?

In particolare come vedo questo lungo momento che, dopo un’accurata preparazione, chiede ora un coinvolgimento il più possibile aperto a tutti, nel duplice ascolto e nell’identica fedeltà alla Parola di Dio e alle parole che esprimono l’uomo attuale e che, oggi soprattutto, sembra fatichino ad incontrarsi, quasi non avessero nulla di essenziale da dirsi. Eppure, in Gesù, nostro fratello nella carne, questo incontro è avvenuto in perfetta armonia, a svelarci un Dio che non solo non ci è nemico, ma ha un unico desiderio: poter colmare l’anelito indistruttibile che giace nel profondo di ogni cuore umano: la vita oltre la fine, la felicità senza intoppi e senza limiti.

A pensarci bene questo è il desiderio che il tentatore sa descrivere molto bene: “sarete come Dio”, però lo orienta dalla parte opposta alla fiducia reciproca, necessaria per portarlo a compimento. Questo è il peccato: non riuscire, rifiutare di affidarci all’Altro, come se fosse uno svilimento della nostra intelligenza e delle nostre capacità, confidando invece soltanto in noi stessi. Ogni giorno scopriamo infatti quanto la nostra ragione sia capace di spaziare nell’infinito del pensiero, della scienza, del cosmo, ma senza mai raggiungerlo e soprattutto senza mai possederlo in pienezza. La vera tentazione dell’uomo, forse, è quella di poter fare a meno di Dio in questa ricerca mai terminata.

Il volto, la persona, la storia, le amicizie, le parole, i segni di salvezza, lo stesso percorso di vita di Gesù rappresentano invece la proposta di dialogo libero e aperto che Dio ci offre di compiere insieme. Non è un dialogo da poco: c’è la vita di mezzo!

Io vedo allora la celebrazione del Sinodo anzitutto come una sosta necessaria per tutti nel cammino diocesano; una sosta tranquilla e serena, nella quale trovare tempo di riconoscerci come fratelli, di parlare delle cose serie e profonde che ci preoccupano, del senso della vita che vogliamo trasmettere, di affrontare i grandi problemi comuni o personali nella loro gravità, come amici che si riconoscono in una storia che li accomuna. E di guardarci attentamente attorno per scoprire le periferie dell’esistenza che troppo spesso dividono e separano, calpestano la dignità umana, impedendo di sperimentare la gioia del Vangelo.

Ho trovato l’immagine: è descritta nel libro dell’Esodo: “poi arrivarono ad Elim, dove sono dodici sorgenti d’acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua” (Es 15,27).

Dopo il passaggio del Mar Rosso, esperienza esaltante di vittoria, e dopo la sosta inquieta e tesa alle acque di Mara, prima esperienza bruciante di una fede che vacilla, di sconfitta morale e di umiliazione, l’oasi di Elim, con le sue settanta palme e dodici sorgenti d’acqua, offre al popolo, che comincia a comprendere le difficoltà che lo aspettano, la possibilità di sostare e di fare il punto della situazione: dove siamo? Cosa abbiamo vissuto? Cosa ci attende?

Traduco la domanda per noi. Qual è stato il cammino per me, per noi, in questi anni passati a partire dal dopo Concilio fino ad oggi? Cos’è venuto cambiando nelle nostre comunità parrocchiali, nei rapporti sociali, nell’annuncio del Vangelo? Abbiamo cercato di richiamarci sempre più a una dimensione di Chiesa che non fosse soltanto l’elenco delle parrocchie, il numero dei preti e le classiche azioni pastorali che la tradizione ci ha consegnato e la cultura odierna tende a svuotare di presa e di attualità.

Le Settimane pastorali sono riuscite a coinvolgere di più ogni battezzato, chiamato a riscoprire la propria vocazione e a mettere a servizio della comunità la propria fede e le proprie disponibilità. Abbiamo cercato di far emergere, accanto ai ministeri ordinati, l’immensa varietà di proposte che, avendo origine dall’eucaristia domenicale, diventano pratica di carità operante e concreta. Ci siamo accorti così del nostro essere popolo, popolo che Dio ama, popolo chiamato a dare concretezza di vita a questo amore annunciandolo agli altri: chi vive in casa, chi incontriamo al lavoro o a scuola, gli amici, i colleghi, chi ci abita a fianco, chi vive nel nostra territorio, ecc.

Perciò lo sguardo teso a immaginare meglio il futuro della nostra Chiesa ci ha portato a disegnare un assetto pastorale nuovo con le Unità pastorali, che si vanno facendo più visibili, nello sforzo di educare ogni comunità all’autocoscienza e alla consapevolezza di cristiani adulti capaci di farsi carico di responsabilità proprie e condivise assieme ai sacerdoti.

La Visita pastorale è stata quindi lo sprone per imparare a pensare davvero insieme su problemi riconosciuti ormai comuni a tutti, e ad affrontare difficoltà uguali in ogni parrocchia, piccola o grande che sia. Certo, dobbiamo fare i conti con l’esiguità delle nostre proposte ma, nello stesso tempo, con la volontà di non lasciarci cadere le braccia, cogliendo e valorizzando i moltissimi elementi positivi e le altrettanto numerose disponibilità laicali, desiderose di offrire intelligenza e partecipazione dentro un progetto condiviso.

Ma poi venne il terremoto con le sue profonde ferite inferte soprattutto alle nostre chiese della Bassa. Comunità sfregiate nelle case, nei luoghi di lavoro, ma anche nei simboli secolari dell’unità del paese, indipendentemente dalla pratica cristiana: le chiese! Alcune di esse hanno subito lacerazioni alle quali siamo incapaci, da soli, di porre rimedio: ci appelliamo ancora con amarezza, ma non senza speranza, a chi ha il dovere di far giungere a queste comunità gli aiuti indispensabili. Altre si stanno lentamente riaprendo, pulite e abbellite: ma il desiderio vero, ora, è quello che si rinnovi nell’entusiasmo tutta la nostra Comunità cristiana.

E infine il benefico ciclone che ha nome Papa Francesco. Di lui voglio ricordare solo una frase dalla prima enciclica, che dice con chiarezza l’immagine di Chiesa che sogna e per la quale lavora: “Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e le comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (E.G. n.49).

Allora, senza dimenticare la crisi profonda che sembra non passare mai, i posti di lavoro persi e le difficoltà di un sempre maggior numero di poveri, la domanda fondamentale per entrare nel vero spirito del Sinodo è: dove stiamo? Per quale via ci ha condotto il Signore? A che punto sono i nostri sforzi di dare il volto di Gesù alla Chiesa di Mantova, secondo il primato della Parola, la centralità dell’Eucaristia, l’urgenza della carità che ci porta a percorrere le periferie di tutte le povertà più o meno evidenti, più o meno riconosciute e affrontate? Come descrivere il volto attuale della nostra diocesi in questo momento del nostro cammino? Possiede lo sguardo di Gesù che sa cogliere e rispondere alle necessità più impellenti della gente?

2. Quali atteggiamenti per vivere il Sinodo?

Il principale atteggiamento da coltivare nel Sinodo è il discernimento riguardante la nostra identità di Chiesa, nella situazione presente e di fronte alle sfide che ci attendono, diventando ogni giorno più complesse e pressanti. Atteggiamento che è bene indicato dal logo del nostro Sinodo: vogliamo vedere Gesù!

“Vedere Gesù e riconoscerlo qui a Mantova e non altrove; vederlo nelle vicende ordinarie dei nostri vissuti umani ed ecclesiali, ove la vita di Dio si interseca con la nostra. Vedere i segni di Dio e far vedere alle sorelle e ai fratelli che Dio è visibile; annunciare ciò che abbiamo veduto e contemplato con i nostri occhi; credere e aiutare a credere: questo è l’orizzonte in cui ‘lo Spirito Santo e noi’, comunità in cammino guidate dallo Spirito, siamo chiamati a operare in piena sinergia” (L. Rossi, Vogliamo vedere Gesù).

In questo pacato, ma intenso impegno di discernimento abbiamo a disposizione le dodici sorgenti d’acqua e le settanta palme.

Dodici sorgenti, una per ogni tribù d’Israele, segno di abbondanza insperata e miracolosa dentro un deserto!

Sono la Parola di Dio frequentata nella lettura personale e nell’ascolto, che diventa preghiera comune nella liturgia ma anche a casa. E’ il riconoscerci nella storia di un popolo riottoso e ribelle che ritorna alle braccia dell’amore quando si trova solo e sconfitto; è storia del credente che urta contro l’ingiustizia umana che lo avvolge e lo soffoca, ma si affida al suo Dio che ha sempre protetto il misero che confida in lui! E’ la mia storia, la storia di ciascuno di noi e della nostra Comunità, per scoprire un Dio che non ci abbandona mai, anzi ci cerca con discrezione, pronto sempre a interrompere le parole di perdono che gli rivolgiamo in un forte abbraccio liberante.

Sono l’Eucaristia domenicale nella quale Gesù stesso scende personalmente a dare da mangiare a tutti il suo pane di vita e da bere il calice della salvezza, perché non ci vengano mai meno le forze e la speranza sulla difficile strada dell’esistenza.

Chiedo a tutte le Comunità e a ogni singolo cristiano, di porre il Sinodo tra le prime intenzioni della preghiera personale e liturgica. Rimanga esposto in parrocchia e visibile il bel manifesto sinodale e ci si abitui a leggere la preghiera per il sinodo magari al termine della messa feriale. Alla domenica, poi, non manchi mai una invocazione particolare nella preghiera dei fedeli: è già disponibile quella per la liturgia quotidiana delle ore..

E le settanta palme (anche questo un numero simbolico) così preziose per piazzarvi sotto, all’ombra, la propria tenda: spazio che non era certamente infinito, per cui le tende si dovevano accostare l’una all’altra. Come le nostre case, così vicine e troppo spesso così estranee! Se il Sinodo vuol essere l’oasi di Elim, allora bisogna riscoprire la vicinanza, la fraternità, la bellezza talvolta faticosa dello stare insieme e sostenersi in un cammino difficile nel quale non solo l’uno non può ignorare l’altro, ma ciascuno diventa necessario per la riuscita di tutti. Occorre allargare i pali della tenda perché tutti vi possano entrare, sedersi, trovare sorriso, accoglienza e cibo, costruire fiducia e amicizia.

Questa è l’immagine del discernimento sinodale. Piccoli gruppi prima, e delegati sinodali poi, non possono accontentarsi di guardare nel nostro recinto a chi già c’è: bisogna certo rilevare i limiti per poterli correggere o togliere; ma devono soprattutto aprire, invitare, bussare alla tenda di chi ancora non c’è o se n’è andato! Solo così il nostro discernimento sarà in grado di condurci nei luoghi o tra le persone in cui il volto di Gesù dev’essere scoperto e nello stesso tempo ci svela quanto sia ancora imperfetto e poco riconoscibile il volto concreto che la nostra Chiesa offre oggi a Gesù.

3. Conclusione.

 “Vogliamo vedere Gesù!”. Anche Maria di Magdala voleva a ogni costo vedere Gesù, ma ne cercava il corpo morto, dentro quella tomba che durante la sepoltura aveva individuato bene, pur con gli occhi velati dal pianto. Ma non riesce a riconoscerlo subito, quando le appare, perché piange ancora, come si fa per una persona morta che si è amata molto. Ma quando si sente chiamare per nome tutto cambia: “Voltatasi verso di lui gli disse: Rabbunì” (Gv 20,16).

Sulla croce abbiamo contemplato Colui che “pur essendo nella condizione di Dio, svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini”.

Il Sinodo della nostra Chiesa ci chiede di contemplare tutte le croci dove Cristo è ancora crocifisso, per sentici poi chiamare per nome ed essere mandati ai suoi fratelli ad annunciare che il suo Corpo crocifisso sale ora risorto nella gloria del Padre: e questa è ormai la sorte di tutti!

“Sentiremo allora, di nuovo, la nostalgia di quei legami di fraternità, talora sopiti, che si sperimentano nella comunità, quando è fondata sull’amore, e avremo maggiore consapevolezza di portare il nome di figli di Dio e di essere fratelli e sorelle perché abbiamo ricevuto il battesimo, la vita di Gesù in noi, la vita del Figlio di Dio, dell’uomo di Nazareth, nostro fratello” (L. Rossi, Vogliamo vedere Gesù).

 

L’instrumentum laboris che verrà consegnato ai Sinodali e a tutti i componenti dei piccoli gruppi è frutto di una lunga fatica della Commissione preparatoria e del preziosissimo lavoro della Segreteria del Sinodo e di tanti altri collaboratori: il mio ringraziamento riassume quello dell’intera diocesi. Ma il vero ringraziamento sta nel non vanificare la grazia del Signore e la nostra fatica che ci hanno portato fin qui. Sarà il vostro lavoro, accompagnato dalla preghiera di tutti, a renderlo strumento prezioso, capace di offrire, a chi vorrà, un percorso di vita aperta alla speranza e a una più consapevole e costruttiva fraternità.

Sabato 11 ottobre, nel breve pellegrinaggio diocesano a Lourdes di un giorno, ma non per questo meno intenso, ancora aperto a chi vuole unirsi, con questo libro deporremo ai piedi della Madonna il nostro proposito e il nostro impegno a “fare quello che lui ci dirà”.

“Donaci, o Maria, che nel cammino del Sinodo ci sia dato di contemplare con tale vivezza il volto del tuo Figlio, da imprimerlo nel nostro cuore e da farlo risplendere nel volto della nostra Chiesa”. Amen.

(Basilica di S. Andrea - 17 settembre 2014, Festa dell'Esaltazione della Santa Croce)