·   Omelia nella Messa Crismale. Settimana Santa - 17.4.2014 - S.E. Mons. Roberto Busti   ·
S.E. Mons. Roberto Busti

Fratelli Sacerdoti carissimi!

Desidero salutare anzitutto voi, che come me siete stati scelti non per meriti personali, ma da Dio, “con affetto di predilezione mediante l’imposizione delle mani per rinnovare il sacrificio redentore, preparare i suoi figli alla mensa pasquale e, come servi premurosi del suo popolo, nutrirlo con la tua parola e santificarlo con i tuoi sacramenti” (cfr. prefazio).

Queste parole del prefazio sono più che sufficienti a ricordarci i compiti essenziali derivanti dal dono dell’ordinazione presbiterale, offrirci temi di verifica per la nostra vita spirituale e comporre un serio esame sul nostro impegno pastorale, che da lì prende corpo per dilatarsi in tante (forse troppe) iniziative, attraverso le quali sostenere la vita cristiana del nostro popolo.

Saluto anche i diaconi permanenti, quelli in esercizio ormai da qualche anno e quelli ancora in formazione. Insieme a loro il mio e vostro saluto colmo di affetto e di speranza ai nostri seminaristi, alcuni dei quali vicini al passo decisivo del diaconato. Grazie infine anche ai Religiosi/e e alle persone consacrate, la cui testimonianza compone la variegata bellezza della Chiesa di Dio.

E un particolare saluto riconoscente va ai laici qui radunati, in ideale rappresentanza di tutto il nostro popolo, per ringraziare il Signore del dono del sacerdozio, partecipare alla benedizione dei Santi Oli che segnano nell’unità attorno al Vescovo la nostra Chiesa mantovana che si sforza ogni giorno di testimoniare la fede nel Signore Gesù, rendendo concreta la speranza di salvezza con una vita di generosa e umile carità.

La preghiera e l’affetto non ci fanno dimenticare i confratelli anziani o malati impediti ad essere qui e ancor più quelli che rimangono scritti nel profondo del nostro cuore e della nostra amicizia, pur nel travaglio doloroso di situazioni difficili e complesse.

Come sempre il saluto affettuoso ai confratelli fidei donum in Brasile e in Etiopia. Sono reduce della recente Visita pastorale in Brasile, dove oltre a don Luigi, don Flavio ed Ernestina Cornacchia, ho incontrato il Vescovo Sebastiao di Coroatà, il vescovo Nemesio, responsabile della pastorale della terra della Conferenza episcopale Brasiliana, l’Arcivescovo Primate di  San Salvador da Bahia con il suo Ausiliare Giovanni, originario di terra lombarda. Ho constatato con gioia e un po’ di orgoglio la stima e il grande apprezzamento per l’impegno pastorale dei nostri missionari e dei risultati concreti che esso ha portato in vario modo a tanti fratelli e sorelle che ci sono molto riconoscenti e affezionati. Entro fine anno la parrocchia di Sao Mateus sarà guidata da un sacerdote diocesano, mentre dovranno essere meglio definiti tempi e modi della nostra collaborazione futura. Come per Gighessa, i legami spirituali intessuti per decenni nelle più nascoste e meritorie fatiche quotidiane, dovranno continuare a essere una risorsa missionaria assolutamente essenziale per la nostra Chiesa mantovana. Quanto a Lare, dove don Matteo lavora alacremente con Elisa ed Elisabetta, compirò la Visita pastorale nel prossimo novembre. Ma oggi, tutti loro sono qui con noi!

Ma è anche tradizione fare un ricordo particolare di alcuni nostri Confratelli. Anzitutto coloro che sono ormai immersi nell’eterna contemplazione del Dio che hanno servito per l’intera l’esistenza: mons. Ulisse Bresciani, mons. Eteocle Vecchia, don Francesco Guarneri, don Guido Zelada, don Enzo Verrini, mons. Antonio Tassi, don Stefano Siliberti, don Vittorio Magnanini: otto preti amici a cui affidiamo l’intercessione e la protezione del cammino pastorale che insieme abbiamo condiviso. Tuttavia è bello anche fare festa attorno a chi ricorda un anniversario significativo. Anzitutto di età, come don Gino Contesini a cui auguriamo di raggiungere tra qualche mese il secolo di vita. Poi degli anni di ordinazione: 70 di mons. Ettore Scarduelli; 60 di mons. Luigi Bolzani;  50° di don Ernesto Novello, don Renato Rondini, insieme a don Mario Bragagnolo, rettore del Santuario di S. Luigi e a don Vincenzo Nsengumuremyi, collaboratore nell’U.P. di Ostiano: tra loro, purtroppo, mi ci metto anch’io! Poi i 25° di mons. Claudio Giacobbi, don Lorenzo Lorenzini e don Mauro Zenesini. Fortunatamente ci accompagna la gioventù di don Nicola Ballarini, don Alessio Menegardo e don Gianni Nobis, ordinati lo scorso anno.

La stima, la riconoscenza e l’affetto si fanno preghiera sincera e fraterna per tutti!

 Siamo ormai in pieno cammino sinodale. Ancora in fase di preparazione, certamente, ma già si intravvede dove si vuole arrivare, affinché non sia una faticosa operazione di restauro,  ma di svolta missionaria concreta.

Ci dice il Papa: “ora non ci serve una semplice amministrazione. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione” (E.G. 25).

La parola missione indica un cammino in uscita: bisogna lasciare l’accampamento e andar fuori; rinunciare alle sicurezze e cercare altrove; in una parola che piace a Papa Francesco, bisogna percorrere le strade di periferia per conoscere tutte le dimensioni della vita umana che altrimenti ci sfuggono. Chiedo la vostra collaborazione in tutta umiltà, anche per poter offrire ai sacerdoti del futuro, meno numerosi, comunità sempre più corresponsabili nell’annuncio del Vangelo.

La commissione preparatoria ha lavorato bene nell’affronto dei tanti problemi emergenti e i Consigli diocesani, presbiterale e pastorale, i Moderatori e Coordinatori delle U.P ne vaglieranno a giorni i contenuti: a voi, carissimi fratelli sacerdoti, chiedo di sorreggere l’entusiasmo di tanti laici che si sono costituiti in piccoli gruppi sinodali per offrire ciascuno il suo sguardo di fede e le proposte di cammino! Senza mai dimenticare il proposito e la meta che stanno alla base di ogni nostro passo: “vogliamo vedere Gesù!”. Lo vogliamo vedere noi per primi, affinché sostenga la nostra fede spesso provata; ma desideriamo pure che chi si accosta alla Chiesa riesca almeno a intravvedere il volto di Cristo crocifisso e risorto, dentro una comunità di gente che sa amarsi e perdonarsi, accogliendo e soccorrendo ogni umana speranza: così che i passi verso le periferie non dimentichino la centralità del punto di partenza e nello stesso tempo di arrivo: Gesù.

Allora oggi mi sembra fondamentale che, insieme a riflettere, interrogarsi e confrontarci su come dovrebbe essere la Chiesa o come vorremmo che fosse, bisogna saper vedere e riconoscere quella meraviglia che essa già è: al di là delle ferite, delle rughe, delle apparenze negative. Sì, anche al di là dei peccati, delle meschinità e degli stessi scandali.

Noi per primi dovremmo imparare a discernere questa Gerusalemme nuova, la Sposa amata, e diventarne riconoscenti ammiratori: riuscire cioè a contemplare il bello di questa nostra Chiesa: figli e figlie che portano in sé qualcosa di differente, ma irradiano la santità di Dio perché sono nel mondo senza essere del mondo: sono la stirpe benedetta dal Signore; nati dall’alto- direbbe Giovanni: e comunque sale e lievito.

Ma quale bellezza da riconoscere ci dona oggi il Signore? Viviamo una stagione davvero difficile, ma c’è sempre una grazia speciale: quella dell’oggi, di un tempo, anche il nostro, sempre opportuno.

Abbiamo un tesoro sotto i nostri occhi, ma per lo più non ce ne rendiamo conto perché lo diamo per scontato, ovvio, normale come l’aria che respiriamo.

E in questo Giovedì santo non possiamo non vedere la benedizione del Signore, l’olio di grazia e di letizia con cui egli segna le nostre comunità, la sua stirpe benedetta.

La prima benedizione, simboleggiata dall’olio dei malati, è quella della preghiera.

“Ascolta la preghiera della nostra fede perché quanti riceveranno l’unzione ottengano conforto nel corpo, nell’anima e nello spirito”.

Ogni giorno, ogni settimana, le nostre comunità si pongono in preghiera. Nelle assemblee eucaristiche, nella liturgia delle ore, nell’ascolto della Parola, nelle preghiere personali di tantissime persone in mille modi: nelle chiese o per strada, in auto, nella solitudine della notte, nelle prove dure come anche nelle consolazioni e nelle gioie.

Comunità che, nonostante tutto, rivolgono ancora gli occhi al cielo; uomini e donne che credono al mistero della vita, si aprono al di più e all’aldilà di Dio tenendo viva nel mondo un’attesa. Tanti pregano solo quando sono nel bisogno, ma tanti altri lo fanno semplicemente per amore, per una dedizione, per umiltà e gratitudine. E’ davvero benedetta una comunità che prega, che non dimentica Dio, che non si appiattisce sull’immediato e nel materiale. Forse non ci rendiamo conto  a sufficienza di quanto valga una sola persona che prega! Quale testimonianza e sconosciuta irradiazione di bene! Se nelle nostre comunità è ancora viva un’anima di preghiera, siamo certi di avere una porta spalancata nel cuore di Dio e una luce meravigliosa per il faticoso cammino sulla terra. La santa unzione ha la forza di intenerire i cuori, penetrarli di nostalgia e di attesa, di anelito e di gratitudine perché la vita intera diventi preghiera e la solitudine umana si sciolga nella comunione con Dio. Non è forse la Pasqua il definitivo abbraccio di Dio a questa nostra umanità, perché non perda memoria della bellezza del giardino in cui è nata e nel quale ritroverà la sua vera vita?

La seconda benedizione è quella della fraternità.

Il simbolo è l’olio dei catecumeni, dal quale chiediamo energia e vigore perché essi comprendano profondamente il Vangelo di Cristo e gustino la gioia di vivere nella sua Chiesa, di essere suo popolo.

La parola fraternità forse è un po’ troppo profonda e alta; però la benedizione di Dio, dove due o tre sono riuniti nel suo nome, c’è davvero.

Il fatto di ritrovarci insieme, chi più spesso e chi solo ogni tanto, è dono grandioso. Piccole o intense relazioni; strette di mano, accoglienza reciproca; starsi vicino e accettare l’altro accanto a sé. Pronunciare le stesse parole e cantare lo stesso canto. Condividere le nascite e i funerali, le emergenze, le crisi e gli eventi felici… Che ci siamo e che siamo insieme, oggi non è così scontato. L’olio del Signore unifica, facilita relazioni e incontro, crea fraternità e comunione e ci segna tutti dello stesso profumo. Ammorbidisce le asperità, allevia le punture, abbellisce qualche bruttura.

Guardiamo le nostre comunità proprio così, come il miracolo e la grazia del ritrovarsi insieme, come si è. Piccoli e anziani, giovani e adulti, persone di cultura con quelle umili, chi è pieno di risorse e chi invece fa molta fatica: è un miracolo di grazia che almeno ogni tanto dovrebbe stupirci e lasciarci ammirati dell’opera del Signore.

Così anche il nostro cercare di camminare insieme come preti; il nostro essere qui adesso, sentendoci in comunione, in amicizia, interessandoci non per curiosità gli uni degli altri.

Certo, non idealizziamo, né smettiamo di tenere bene i piedi per terra; però dobbiamo riconoscere e far emergere ancor più questa meravigliosa benedizione di fraternità. La Chiesa è esperienza di condivisione tra generazioni, di incontro tra le distanze, di inclusione tra le marginalità; con tanti difetti, in mezzo a pesanti contraddizioni e con tutto ciò che rimane da fare!

Però il germe di questo bene rimane ed è quello che ci ha condotti qui questa mattina. E’ il tessuto umile e spesso fragile delle nostre parrocchie, delle Unità pastorali, dei gruppi, delle associazioni, delle assemblee. E noi, che abbiamo la responsabilità di presiedere, dovremmo gioire ogni giorno di queste cose, appassionarci comi ministri e servitori di tale fraternità. Viviamo dentro un individualismo crescente, un’indifferenza dilagante; ma le comunità del Signore stanno lì come profezia, come ospitalità, come invito: “quanti nella casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui…”. Un po’ di pane buono c’è sempre in questa casa che è nostra ma, per fortuna, è soprattutto di Dio!

La terza benedizione potrebbe essere quella della gratuità.

Dice la preghiera sul crisma: “questa unzione li penetri e li santifichi perché, liberati dalla nativa corruzione e consacrati tempio della tua gloria, spandano il profumo di una vita santa”.

Viviamo in un mondo dominato dal mercato e dai prezzi, dal comprare e dal vendere, dal profitto e dai bilanci: ma come non contemplare nelle nostre comunità la bellezza, il profumo di tanta e diffusa gratuità? Soprattutto in tempi di crisi: come non apprezzare il tanto che viene donato gratuitamente, senza ritorni o neppure un grazie? Eppure quanta vita delle nostre comunità si regge sul gratuito: servizi, disponibilità, competenze, ma anche tempo, mano d’opera, tante attenzioni. Offerte di cose importanti ma anche di tante piccole cose gradite e utili, segno di benevolenza e di generosità disinteressata.

Anche queste esperienze rischiamo di considerarle normali, a volte dovute e spesso date per scontate; e magari noi stessi, abituati al dono, rischiamo di non dire neppure un grazie.

“Riconosceranno che sono la stirpe del Signore”; significa percepire che la grande benedizione di Dio non sta soltanto nel ricevere da lui, ma soprattutto nel donare gratuito di ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto.

Contempliamo questa stirpe benedetta  costituita da tanti catechisti, animatori, lettori, ministri straordinari dell’eucaristia, cantori e consiglieri nell’economia, nei consigli pastorali e in tante altre attività. Contempliamo la stirpe benedetta di quanti sul lavoro e in famiglia danno più del dovuto, quanti nell’assistenza ai malati e ai piccoli, nelle attività sportive, in quelle della cultura o del tempo libero si prestano generosamente, fedeli e semplici nella gratuità del servire cristiano.

E ripensiamo anche alla gratuità nostra e di tanti confratelli nel ministero, là dove si serve e si dona non per uno stipendio o compensi vari, ma semplicemente per amore del Signore e dei fratelli: non si bada agli orari, ai soldi che ci rimettiamo, alle energie spese. Un olio di benedizione ricompensa i cuori, li rende luminosi, sereni e grati, contenti di dare.

Stirpe davvero benedetta è quella che possiamo contemplare anche nelle umilissime realtà delle nostre parrocchie, segno di una grazia sovrabbondante che ci precede e ci supera da ogni parte.

Se è vero quanto abbiamo detto, allora c’è una convinzione che deve maturare in noi: che ogni giorno ci è dato ed è dato ai nostri occhi più di quanto meritiamo, più di quello che sarebbe frutto nostro; e convincerci della miopia e della confusione del nostro guardare. Convincerci della bellezza delle comunità che il Signore ci ha affidato e, quindi, decisamente, convincerci della grazia del nostro ministero; convincerci che, nonostante tutto, siamo davvero fortunati, noi stessi benedetti, che sanno ancora stupirsi di fronte a tanto bene nel Signore: posto nelle nostre mani spesso maldestre, talvolta –per dirla con s. Francesco- ‘disutili, spesso impacciate e a volte inutilmente frenetiche.

Fortunati gli occhi di quei presbiteri che sanno contemplare la benedetta stirpe del Signore: non certo per adagiarsi o stare a guardare, ma per riprendere fiducia, tornare a sentirsi benedetti, non smettere mai di credere all’opera del Pastore grande delle pecore.

Costituirci in stato di missione permanente, come chiede il Papa, significa comprendere che la gratuità e l’abbondanza dei doni che il Signore non ci fa mancare non possono rimanere il talento nascosto da riportare al padrone, ma la gioiosa necessità di porli concretamente. al servizio di tutti. Così il Sinodo diventerà fonte limpida di vita spirituale, olio che scende abbondante a fecondare il nostro impegno sincero

L’olio del Signore, come ci insegna Eliseo, non si esaurisce mai. E anche il nostro Sinodo parte con la consapevolezza di avere già tra le mani una benedetta stirpe del Signore, un dono che ci precede tutti e ci chiede un amore e un rispetto profondi e sinceri: è la Chiesa nata e creata ogni giorno dal fianco fecondo del Cristo Crocifisso e Risorto, più vivo che mai!.

“O Padre, che hi consacrato il tuo unico Figlio con l’unzione dello Spirito Santo, concedi a noi, partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza!” (colletta).

(Mantova, 17 aprile 2014)